Dover danzare, mentre invece si ama.

E’ stata una nottataccia.
Sono stata 5 ore nel letto a farmi le pippe* e neanche è bastato per prendere sonno; ho dovuto finire La morte a Venezia (che non giudico eccezionale, ma sono le aspettative, le aspettative quelle dure a morire).
Il tempo passato nel letto è stato più o meno il resoconto di un’unica giornata, quella di ieri. E non è che fossi in chissà quale crisi, non mi prendeva nessuna angoscia, stavo bene, ero solo preoccupata; preoccupata e triste. Non c’era panicodentrome, o chissà quale sentimento sgradevole nei confronti di me stessa, non mi odiavo, niente maldistomaco, solo i crampi e i battiti a farmi compagnia. Mi sono alzata perché in quel letto così ferma mi sentivo quasi la febbre, e ho mangiato. Mangiavo piano, quasi che i denti e i morsi potessero svegliare qualcuno, non sia mai! Qualcuno però si è svegliato, ho sentito un tonfo e poi più niente: due minuti dopo mi sono affacciata oltre il mobile della cucina e c’era Cesare, con la faccia di mamma, la faccia di quando mamma sente che sono ancora sveglia e viene a vedere che sta succedendo: stanca, un occhio ammarrato, gambe divaricate, perplessa. “Che è succies? staj ancor scetàt?”. Così stava Cesare. Il mio gatto sì che ha personalità. Fa anche le espressioni, è fenomenale. Un guinness. Ha fame pure lui, sta a dieta peggio di me, allora gli offro il pezzo di farinauovamielemacrobiotici lui lo afferra con entrambe le zampine e poi me lo rimette sulle cosce. Manc a nu muort e famm cumm a iss c piac sta robb.
Torno a letto, e penso a quello che mi rende così triste, e cosa invece mi renderebbe veramente felice.
Mi rialzo, sono le 3 e mezzo, sono super-attiva. Mi ritiro sul divano a leggere perché la bellezza, Fedro, ricordatelo bene, la bellezza soltanto è divina e allo stesso tempo visibile, e perciò essa è la via di ciò che appartiene ai sensi, essa è, piccolo Fedro, la via che conduce l’artista allo spirito. Mamma mia, come sto attenta. Incredibile, le tremmezzo del mattino sono assolute. Quando finisco, quando poi muore, me ne sto così a pesce due minuti ad aspettare che si ri-materializzi. Un auto ogni quarto d’ora e i due minuti diventano le 4eqquaranta. Torno a letto e penso a Tadzio. Ed è a quel punto, solo a quel punto, che riesco a scaricare, contro ogni mia sana volontà, tutta quella tristezza. Sento la bocca contorcersi, gli occhi incavarsi, un mostro! Piango muta, sempre per non svegliare nessuno, affogata nel cuscino, sono solo pochi secondi, poi un’infinita stanchezza penso che c’è una sola cosa che mi renderebbe felice una sola cosa che mi renderebbe felice una sola cosa…
Avrei preferito non svegliarmi. Non perché avessi trovato qualche altra ragione di felicità nel sonno: è stata una notte senza sogni. Però era mezzogiorno, e allora tanto vale continuare a dormire, anche perché ho fame, e tanto vale aspettare l’ora di pranzo per mangiare come si deve.
Chissà perché sto scrivendo tutti ‘sti cazzi, chissà. Forse per trarne una storia da ogni singolo avvenimento della mia vita, forse da farne tutti racconti interessanti, ma non lo sono, non sono interessanti.
Anche sotto l’aspetto personale certo l’arte è una vita sublimata. Dona una gioia più profonda, ma divora più in fretta. Scava nel volto del suo servo le tracce di avventure immaginarie e spirituali, e anche nella pace monacale della vita esteriore, finisce per portare i suoi turbamenti, ipersensibilità, stanchezza e curiosità nervosa, come una vita dedita agli eccessi e alle passioni a mala pena potrebbe suscitare.

*pensare (vd. sempre di domenica, 3 ottobre 2010)

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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

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