Permafrost – il latrare inoperoso dei miei pensieri.

Ci sono delle cose da far capire, però io non ricordo come si spiegano.
Non ricordo cosa viene dopo l’ottantesimo tasto del pianoforte, non ricordo da quando si inizia a odiare la mamma, non ricordo da quando si inizia ad amare oltre se stessi, non ricordo non ricordo la fine di Manhattan.
So che potrei scrivere senza alzare altarini di me stessa, senza fare discorsi puramente estetici e fini solo al mio godimento personale senza che gli altri possano capire niente, ma giuro che non mi ricordo come si fa.
E mi provoca sconforto.
Ci sto male, non è possibile. Non lo trovo umanamente accettabile farmi stare così. Perché tutte queste insidie, eh?
Forse è il Documento1 – Microsoft Word che mi annebbia la mente. Mi indispone. Lo apro neanche si apre che già mi sento male. Vedere questi caratteri larghi 12 col foglio al 150% per non dovermi sforzare troppo, le lineette verdi a zigzag perché a Billy non piace il mio italiano… marò.
Però se prendo il quaderno è peggio. Le linee, i quadretti, no ma che è!
Forse solo il foglio bianco è quello che meglio si confà ai miei desideri.
Completamente bianco. Quello per le stampanti. Tutto bianco, con una stilografica nera, e mentre scrivo fare i disegnini e gli scarabocchi e far prendere vita ai personaggi alle situazioni e alle emozioni, ghirigori, strane costruzioni.
Ma l’ultima volta, e precisamente il 26 novembre 2010, ho scritto:

“A volte mi viene da credere (insistentemente?) che i miei pensieri siano visti e sentiti da tutti; che le mie forti e grasse risate dei ricordi si accavallino nel trambustìo della folla sino a superarla e a regnare su tutti i rumori della Terra; che quando i passanti mi guardano negli occhi riescano a vedere tutti i movimenti danzanti delle mie emozioni contrastanti (/palpitanti?). Ma soprattutto che si senta, che tutti sentano, il latrare inoperoso dei miei pensieri.”

Poi mi sono persa. E ci ho costruito sopra una storia che però non ha il senso che voglio dare. Non ha il senso che voglio spiegare, che voglio far capire. Perché:
non mi ricordo come si fa.
Lo so che c’è un certo linguaggio…
Basta. Veramente, veramente non si può.
La gente mi racconta i propri sogni e io li dimentico
E dimentico pure i miei
E ho dimenticato troppe cose, troppe cose
pure il tuo bel sorriso, amica mia
pure i sentimenti puri,
dimentico pure i sapori
e le paure

dimentico cose,
non riesco a trattenerle.


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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

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