La teodicea della quotidianità.

Ciò che più mi manca è la mia meritata, legittima quotidianità.
Mi mancano i miei piedi, insieme, fasciati di ballerine calpestare foglie rotte e cartoni bagnati, mi manca sentire il mondo sotto i piedi, i miei piedini. Va bene, mi manca di più il mio piede destro, è chiaro, ma non è per fare favoritismi, è che vederlo costretto in questo spesso e duro bianco mi fa tenerezza: vederlo camminare era la mia attività preferita.
Camminare era la mia attività preferita.
Camminare assieme a Michelangelo la mattina dopo i corsi, mangiare il dolce alla mela comprato da Lazzarella, sederci sulle scale di p.zza del Gesù e parlare di niente, purché il tempo passi e ci dica che è ora, per qualsiasi cosa.
Camminare con Mariarosaria, ridere di tutto, separarci e ritrovarci due ore dopo, in un’altra stanza, o in un altro cortile a tentare di non farci prendere dal sonno, di non cedere alla stanchezza di quelle 6 ore pesanti più dei massi sulle nostre gambe afflitte (ma che camminano, ancora!).
Camminare, con lui, e non andare.
Privarmi della mia quotidianità – quella che ho ottenuto dopo 19 anni, che è cambiata di stagione in amore, la mia quotidianità, quella, non averla per 30 giorni – è un reato.
Vi odio, con affetto
Jude.

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Pubblicato da

clahoudini

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo, ritaglio e analizzo, incollo, mi emoziono, scrivo.

2 pensieri su “La teodicea della quotidianità.”

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