J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans.

Ho molte storie da raccontare, adesso.
Ieri ho conosciuto un vecchio volpone di 90 anni pieno di vita e alcool: a ogni singhiozzo una storia diversa.
Uno si chiede sempre da dov’è che sbucano tipi del genere, se siano solo personaggi da teleschermo o soltanto un’invenzione freudiana per giustificare i complessi dei figli che si fanno carico di tutti i vizi paterni. No, io l’ho conosciuto davvero, vi dico. Camminava a due zampe, portava una camicia cashmere verdognola, i capelli biondi tinti male, sfocati alla luce dei lampioni. Ha ordinato un calzone e una bottiglia di Falanghina, e lo stomaco gli si è aperto così tanto a furia di parlare che ha preteso addirittura un pò della mia capricciosa. “Bambina bella, la mangi tutta?”, un boccone e mi tirava in mezzo Proust per distrarmi. Quando finalmente smetteva di chiacchierare, attaccava a cantare, arie sempre uguali eppure diverse: Puccini!, il suo preferito. “E sai perché, sai perché ho sposato tua madre?” diceva tutt’a un tratto al figlio “Perché diceva sempre sì!” poi si voltava e commentava i culi delle ragazze che lentamente ondeggiavano sul lungomare. E mentre mi raccontava qualche episodio della sua passata ed entusiasmante vita confondendola con quella di Tiberio e di Nerone, si è fermato, gli occhi socchiusi, e con un’espressione di sofferenza così forte che sembrava fingesse, ha detto: “Sai bambina bella, qual è stato l’unico libro che mi abbia davvero commosso? Sai qual è stato l’unico romanzo che m’ha fatto piangere? L’unico!”. L’osservavo senza sapere cosa rispondere, aveva nominato mille e uno libri, autori, pittori, ristoranti, stazioni. Era stato in così tanti di questi posti, aveva visitato così tanti cuori, assaggiato così tanti libri che davvero non sapevo dove andare a cercare.
“Eppure pensavo l’avessi capito!”
Di certo l’avevo intuito. Quel vecchio non si poteva mai commuovere se non per una storia patetica più della sua; non poteva versare lacrime per nulla che non fosse minimamente comparabile alla sua vita; non poteva piangere, diciamocelo, se non per le sorti di Fantine di Cosette di Jean Valjean…
“I miserabili, piccolina.”
Aveva pianto solo per quel libro. Tutt’a un tratto i suoi sorrisetti viziosi, i suoi occhietti vivaci si sono spenti nel guardare il mare nero, senza luna. Si è voltato a guardarmi giusto un attimo, per accertarsi che avessi capito.
Ma sì che ti ho capito. ‘Fino a quando ci saranno miserie questo libro non sarà inutile’, diceva così?
Ma lui continuava a camminare, a guardare i culi delle ragazze, a commentare, a ridere, a raccontare le sue fantastiche storie, senza far caso alla piega che aveva preso la notte, ignorando totalmente i suoi piedi stanchi, le sue gambe affaticate, il suo respiro rantolante, la sua esistenza claudicante, miserabile.

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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

4 pensieri su “J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans.”

    1. le mie vacanze sono finite, sono tornata : )
      il mio non è un racconto (se con racconto s’intende invenzione) ma grazie per il ‘bello’, e anche per il ‘racconto’ perché significa che ho centrato l’intento.
      buona estate anche a te, claudio
      j.

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