L’essenziale (part I)

È strano pensare a Serena come ad un’estranea, ma tant’è; in quel breve lasso di tempo in cui siamo stati amici, che è durato tanto quanto la nostra adolescenza, non avremmo immaginato, anzi è meglio dire non avrei mai immaginato, perché di lei non sono più sicuro, che una tale distanza si sarebbe imposta tra noi. Fa quasi piangere il modo in cui adesso mi è sconosciuta, soprattutto se si pensa al modo in cui ci conoscevamo: io padre burbero, lei figlia indisponente ma sempre obbediente.
Era innamorata di me, e io lo sentivo, lo capivo da come mi guardava, dal modo in cui incassava ogni insulto/battuta che le rivolgevo: il mio modo di scherzare, sia chiaro, era affetto in potenza, e non avrei saputo fare di meglio per dimostrarglielo, all’epoca. I ruoli si sono ribaltati poi col tempo, senza che potessi far nulla per impedirlo; me ne accorgevo così come ero e sono sempre stato consapevole di tutto ciò che avveniva in me e intorno a me. Serena diventava, dinanzi ai miei occhi, ogni giorno di più, l’ideale di donna che avrei voluto al mio fianco. Da quando dai giorni si è passati agli anni, non so più dire con certezza se sia stata lei ad adeguarsi al mio ideale o viceversa. Nel periodo più bello della nostra amicizia, ovvero rispettivamente il mio ultimo e il suo penultimo anno di liceo, le diedi la notizia che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre le nostre esistenze, le quali fino ad allora avevano fatto di tutto per compenetrarsi l’una nell’altra, ed erano arrivate a un punto tale in cui avrebbero potuto fare le valigie e partire assieme come due fratelli ritrovati e lasciare noi due lì da soli come ebeti senza parole.
Fui io però a fare le valigie.
Vado a studiare al Nord, le dissi. Nessuno, proprio nessun ostacolo di qualsivoglia natura me l’avrebbe impedito, tanto meno lei.
So che la cosa le pesò molto, più di quanto non fu per me, almeno all’inizio, ma facemmo finta di niente per molto tempo. Quel tempo ebbe una scadenza, e quella scadenza coincise con il suo, non col mio, con il suo progressivo allontanamento. Io le chiesi di non piangere, quando partii, ma lei lo fece. Tornai dopo qualche mese e lei alla mia dipartita non pianse più. No, anzi, sorrise, come impietosita. Uno di quei sorrisi da prendere a schiaffi.
Nel treno fui preso da spavento, mi sentii atterrito da quel sorriso funesto, che altro non era che un oscuro presagio, la sentinella di un male incombente, una crepa nel cuore che mi annunciava la fine: non gli sarei mancato. Magari il dramma non sarebbe avvenuto in quei mesi, ma la volta successiva che ci saremmo visti non le avrei più scorto nessuna luce di tristezza, nei suoi occhi fedeli. Non mi accompagnerà più alla stazione!, pensai con terrore. In quegli anni d’amicizia Serena era diventata la figura più importante del mio universo, e adesso cominciava a non aprirmi più la porta quando tornavo a casa. Ecco cosa stava accadendo, si stava allontanando. Le esistenze assurde che giocavano tra di loro a nostra insaputa, si erano scambiate di ruolo: non ero io a prendere il treno diretto al Nord, era lei a prenderne un altro per il profondo Sud. Il terrore che mi assalì in treno, quella volta maledetta, aveva avuto più campanelli d’allarme durante quei giorni in cui ci vedemmo: tra i suoi racconti di scuola e di famiglia spuntava sempre il nome di un certo Marcello, uno che suonava jazz, che aveva conosciuto non so dove e che le faceva la corte, a quanto mi pareva di capire. Non me ne parlava con coscienza e approfonditamente, ma la sua esistenza spuntava e si sedeva tra le nostre ogni dieci minuti di conversazione, sicché a un certo punto le chiesi di parlarmene un po’ meglio. In quel momento lei rimase allibita, ma non perché non volesse parlarne, non perché non intendesse ferirmi con certe storie, il fatto era che non sapeva che cosa dire. Lei parlava di lui di continuo, ma a propria insaputa, e quella fu la cosa peggiore; quasi mi chiedeva che cosa ne sapessi io dell’esistenza di Marcello, come se non sapessi che era lì tra noi anche in quel momento, a guardarmi con scherno, pronto a prendersi gioco di me.
E questo fu.
Ma prima ancora di questo velato seppur ormai rigido cambiamento, soltanto una volta in treno, deciso a fare l’elenco dei sintomi di allontanamento che affliggevano Serena, ne notai un altro, forse ancora più agghiacciante. Fu il primo giorno dopo sei mesi di separazione: stavamo bevendo caffè caldo e discutendo dei suoi progetti dopo il liceo, quando, complice una pausa rassicurante fatta di sorrisi e sguardi dolci, io declamai un verso ad alta voce. Lei non ebbe alcuna reazione. Neanche un’occhiata complice, o un sorriso imbarazzato, niente. Continuò a guardarmi come aveva fatto pochi minuti prima, senza cambiare di un millimetro la sua espressione. Era un verso, una poesia di un unico verso che lei aveva scritto per me, e non l’aveva ricordato.
Avevo sempre saputo fosse per me, l’avevo scoperto su di un foglio e sotto vi aveva scritto: “A te, Carlo”. E io sono Carlo. Glielo avevo detto un giorno dopo scuola e lei era arrossita dalla testa ai piedi, dicendomi che era solo una cotta momentanea: aveva paura che potessi rifiutare la sua amicizia, scoperto il suo segreto, ma lo sapevo da tempo, e quella ‘cotta momentanea’ non mi aveva impedito di starle vicino ed esserle amico. Forse, ripensandoci, era stata davvero una cosa del momento, di cui adesso addirittura non ne aveva memoria, e mi brucia ancora un po’ pensarlo, perché dopo un’oretta quasi dalla mia declamazione senza plauso, durante una lunga passeggiata che si protrasse fino a sera, restò pochi attimi in sovrappensiero, con le ciglia aggrottate, dopodichè le si aprì il volto e ne seguì una sonora e breve risata. Ah, avrei voluto che non ridesse, perché si dia il caso, se non l’aveste ancora capito, che rideva di me! Come avrei voluto che non avesse ricordato mai, o che non mi avesse reso partecipe del suo ricordo! Avrei preferito mille volte rimanere nel dubbio prepotente dell’aver colto o meno la mia allusione alla sua poesia.
Te l’ho scritta io!, esclamò trionfante. Si riferiva, ovviamente, alla poesia, a quell’unico verso di poesia, per inciso. Che dolore. Così era, allora: stava dimenticando. Sei mesi di lontananza ed eravamo arrivati a tanto, figurarsi dopo tre anni cosa sarebbe successo!

(continua…)

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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

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