L’essenziale (part II)

Il Natale di quell’anno conobbi Marcello. Erano passati dieci mesi da quella sua dimenticanza, ero sceso in terra patria già un paio di volte ma entrambe le volte lei evitò l’argomento ‘amore’, forse perché si era già radicato in lei in un modo tale che non c’era bisogno di fare allusioni involontarie ad alta voce per ricordare a se stessa della sua presenza nella propria vita; o forse lo fece per non ferirmi, perché ormai sapeva quali erano i miei sentimenti, nonostante non avessi avuto bisogno di esplicarli, era una ragazza intelligente, dopotutto; ma il motivo principale credo che fosse che non stavano più assieme. Quei due avevano una storia così capricciosa che erano di più i momenti in cui si evitavano che quelli di unione amorosa. Per questo motivo fu difficile conoscere Marcello, o comunque sentir parlare di lui, perché Serena aveva la brutta abitudine di chiudersi a riccio e di evitare di parlare delle ferite più cocenti, convinta che col tempo, magari dormendo, le sarebbe passata. Così passarono dieci mesi di Marcello, ma senza Marcello, per me.  Finché, Natale: i nostri amici avevano organizzato una festa la sera, e Serena si presentò con lui. Con mio stupore vidi che tutti lo conoscevano e gli volevano un gran bene, e non ci misi molto a capire il motivo di tutta quella popolarità: era brillante, di una simpatia travolgente, intelligente, in certi momenti anche un po’ volgare, quanto basta per far divertire un gruppo di maschi, e da quelle battute a sfondo erotico intuii uno dei motivi per cui poteva piacere a Serena. Quando rimanemmo soli, a un certo punto della serata, lui mi confessò che aveva sentito molto parlare di me, che sapeva il ruolo che avevo assunto nella vita di Serena e che mi stimava molto per l’influenza positiva che avevo avuto su di lei, per il modo in cui l’avevo cresciuta. A saperlo che di lì a poco me l’avrebbe sfasciata!
Quella sera Marcello mi fece un’ottima impressione, e mi piacque il modo in cui trattava Serena, come se fosse un fiore delicato, e così era infatti; non era neanche molto invasivo, non le stava sempre addosso, le accarezzava la guancia di tanto in tanto, le rivolgeva spesso sorrisi teneri, ma mai un bacio si diedero in pubblico, e li beccai solo una volta, appartati, che ridevano vicini e si rubavano le labbra a vicenda. Era il tipo di uomo che piaceva a Serena, che si meritava, il tipo di rapporto che aveva sempre voluto: discreto, pacato, fatto di dolcezze espresse a bassa voce, lontane da tutti, un rapporto in cui poteva rifugiarsi e chiedere conforto, uno di quelli che a vederli fanno paura, di quelli in cui si sente la potenza passionale che intercorre tra gli amanti, perché non espressa ad alta voce e davanti a un gruppo di convitati in festa.
Le cose cambiarono di lì a pochissimo: verso la fine di gennaio dell’anno dopo la loro storia finì.
So che risulto poco convincente, ma la notizia, che mi arrivò per vie traverse e non tramite Serena stessa, mi intristì molto: innanzitutto perché era un dolore per lei, e poi perché quando storie di una certa entità e importanza finiscono, è sempre difficile potersi riprendere. Marcello l’aveva tradita, e so che il primo pensiero di Serena era quello di riconquistarlo, perché non era mai stata il tipo che s’arrendeva, neanche davanti a certe situazioni. O meglio: io l’avevo cresciuta in modo tale che non si sarebbe mai arresa, e almeno speravo che così fosse. Dovetti ricredermi quando la vidi: aveva perso cinque chili in meno di un mese e delirava circa il suo amore perduto, il suo grande amore, l’amore della sua vita. Fu molto strano sentirla parlare a quel modo, perché non pronunciava mai la parola ‘amore’ per nessuno, per nulla a questo mondo, anche se le letture a cui l’avevo iniziata avrebbero imposto il contrario, lei si era sempre contraddistinta per questa forza conservatrice, che la faceva sopravvivere, di non amare nessuno. Seppi dai nostri amici che Marcello adesso se la spassava con un’altra, che andava dicendo che nella vita bisogna cambiare, che si era annoiato di Serena: avrei voluto fargli del male. Avevo protetto Serena per tutti quegli anni, era stata sempre accanto a me, l’avevo guidata nei problemi seri così come in quelli di cuore, che di per sé, anche a una tenera età, hanno la loro serietà, e poi quel Marcello, in un anno l’aveva condotta alla pazzia: quella povera ragazza vagava tutto il giorno per la casa chiedendosi il perché, non gli bastavo?, senza trovare risposta, in nessuna delle stanze che visitava con gli occhi di fuori.
Fu allora che il nostro rapporto andò in mille pezzi. Furono mesi difficili per lei, così la chiamavo tutti i giorni, scendevo giù spesso solo per tenerle la mano, sentivo che era il momento opportuno per starle vicino e ricordarle del nostro solido e stupendo legame. Inutile dire che non ci riuscii. Il mio fallimento fu dovuto al fatto che avevo approfittato della sua solitudine e amarezza per donarle conforto, e sebbene sia sempre stato un ottimo modo per qualsiasi pretendente, non lo era per me, perché Serena non aveva nessuna intenzione di dimenticare Marcello. Così tutte le mie energie, che negai alla ragazza con cui stavo uscendo in quel periodo, furono rivolte a Serena, alla sua guarigione, e pian piano, col pretesto di esserle stato sempre amico, le presentavo nuovi progetti di vita, che avrebbe trascorso con me, ne ero sicurissimo; le mostravo indirizzi di studio nella città dove vivevo io, facendole intendere che avremmo vissuto insieme, finalmente! Mi rendo conto che queste azioni possano risultare addirittura crudeli, se non quantomeno doppiogiochiste, fanno di me una persona approfittatrice e perversa, ma giuro che l’unico motivo per cui l’ho fatto, era che volevo che stesse bene. La visione di lei che, spaurita, si perdeva nella sua stessa casa mi fece un male atroce al petto; posso assicurare che i miei intenti non avevano altri fini se non quelli di farla stare meglio, con me, al sicuro. L’affetto che avevo per lei rasentava quello che poteva avere un fratello, un padre, ed era unito solo in parte, e da poco, all’amore di un amante devoto. Saperla in quelle condizioni non mi faceva dormire la notte, così tentai, in quel modo, di costringerla, di legarla a me per il suo bene, e anche per il mio, ché in quel modo non l’avrei persa. Ma erano lontani i tempi in cui decidevo io per lei che fare, cosa leggere, che vestito scegliere: l’avevo cresciuta ma adesso era finita, il percorso si fermava lì. Lei si limitava a sorridere, ad annuire, la bambola Serena aveva tagliato i fili, e adesso faceva il gioco di assecondarmi per quieto vivere. Me ne accorgevo, ma ero troppo preso dai miei piani e dalla preoccupazione per la sua salute, credevo che le cose sarebbero andate diversamente, col tempo.

(continua…) 

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Pubblicato da

clahoudini

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo, ritaglio e analizzo, incollo, mi emoziono, scrivo.

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