L’essenziale (part III)

Finito che ebbe il liceo, io ero su al Nord che l’aspettavo con ansia. Ma Serena non venne mai. Non prese mai nessun treno, non ebbi risposta positiva ai miei inviti. Un giorno, dopo una lunga e insistente telefonata in cui le lanciavo un mio ennesimo ultimatum, mi disse che ne aveva abbastanza, che pensava ancora a Marcello, che dopo aver avuto lui non sapeva che farsene di me. Aggiunse altre parole atroci, che mi ferirono nel profondo, parole di fuoco e indifferenza verso di me, ciò che eravamo stati, quello che le avevo insegnato.
Non udii più parola dalla sua bocca, non la vidi mai più da allora. Il modo in cui disse quelle parole, il tono che le contraddistinguevano, erano così intenzionali da avere vita propria e riuscire a colpirmi in pieno petto. Decisi anch’io di averne abbastanza, avevo perso troppo tempo dietro a lei, e non era stata tutta colpa mia: lei s’era allontanata, lei s’era innamorata di un altro, era caduta nella sua trappola, lei aveva deciso di tagliarmi fuori. Non esistevo più da tanto tempo. Non seppi cosa fu di lei, se s’era rimessa con Marcello, se se n’era dimenticata, se era passata ad altro/altri, ma niente m’avrebbe stupito, ad essere sinceri, neanche una probabile ricaduta nelle grinfie di quel jazzista.
Poi una settimana fa, neanche una settimana fa, è incredibile, a distanza di due natali esatti da quello in cui vidi coi miei occhi umani la coppia stupida e felice, Andrea, un mio caro amico che manteneva ancora rapporti, seppur rari, con Serena, mi diede una notizia che mi raggelò l’anima più di quanto non fece il gelo e la neve insolita di quell’anno per quel caldo paesino del Sud.
Eravamo seduti intorno alla tavola ovale che ci ospitava ormai ogni Natale da tre anni, a casa di Miriam, bevendo caffè caldo e ammirando la strana villetta di fronte innevata e illuminata dal fuoco del camino che noi purtroppo non avevamo. Con sguardo malinconico per quell’elemento così necessario secondo noi, in una casa, e di cui non potevamo goderne, cominciammo una discussione poco intelligente, a dispetto di quanto riuscirebbe a destare un clima così freddo nelle menti di giovani studenti d’umanistica, una di quelle discussioni che non porta mai a nessuna rivelazione, che contiene una frase poetica ogni venti minuti. Eravamo in quelle condizioni, tetri e melensi, e non so come Andrea se n’è uscito con una frase fuori controllo, senza apparenti attinenze col contesto: “Questa finestra mi ricorda Serena”. Tutti parvero d’accordo, però, circa quella affermazione, o comunque non sollevarono obiezioni, ed io fui l’unico a non cogliere, così non ebbi il coraggio di chiedere che cosa c’entrasse una finestra con una persona, soprattutto perché quella persona era Serena, e io non volevo chiedere cosa ne era della sua vita, adesso. Ma appena ci si allontanò dalla finestra, da Serena, chi in coppia, chi da solo, mi avvicinai ad Andrea, mesto e con la coda fra le gambe, chiedendogli cosa intendesse con quella frase. Mi fece segno di seguirlo, doveva prendere le sigarette giù in macchina, e con quella scusa, ci ritagliammo un lungo momento sulla strada ghiacciata, per parlare di Serena senza bisbigli e imbarazzi per me.
Mi disse che aveva mollato tutto: l’università, gli amici, la famiglia; adesso serviva ai tavoli e viveva in un appartamento in centro assieme ad altri cinque estranei, non faceva nient’altro.
Gli chiesi dei genitori, che fine avessero fatto, mentre un brivido mi percorreva per la risposta che avrebbe potuto darmi: l’avevano ripudiata per quella sua decisione, dopo tutti i sacrifici che avevano fatto per mandarla all’università; aggiunse che sapevo già, era inutile ripeterlo, che la sua era una famiglia povera, di umili e onesti impiegati, completamente diversa dalle nostre, noi, figli di professionisti e discendenti di casate importanti, la trattavamo come un’aristocratica per le letture che faceva, ma dimenticavamo spesso l’ambiente in cui viveva; le parlavamo di noia, e lei rideva delle nostre lamentele, perché non riuscivamo a comprendere che le nostre nausee non erano niente rispetto alle notti che i suoi genitori passavano in bianco davanti a un pc o a lavare i cessi di un autogrill per pagarle le tasse, i libri, e tutto l’occorrente per farla diventare come noi. Poi avrà finito col dimenticarlo anche lei, a quanto pare, era così simile a noi da essersi confusa, non capiva più evidentemente che i soldi che avevano speso per i suoi studi provenivano in quel modo, chissà, s’era montata la testa…
Lo fermai. Non volevo che cercasse di consolarmi, avevo intuito che non fu quello il motivo. Dentro di me sapevo già quale era stata la causa di così tanto squilibrio in lei, le menzogne che Andrea mi stava rifilando non avevano reale riscontro con la sua vita, non voleva dirmi la verità per paura che mi facesse male. Poi alla fine, fece l’ultimo tiro di sigaretta e si decise.
Disse che non conosceva la vera causa, ma per lui era evidente che fosse da imputare esclusivamente a Marcello. No, non erano più tornati assieme, e sì, era da quel gennaio che lei era cambiata, in maniera irreversibile. Disse che tutto sommato, comunque, non era così male la sua vita adesso, che era invidiabile sotto un certo punto di vista, e mi contenni nel commentare solo per continuare a sentire la sua versione dei fatti. Mi disse che sembrava più felice, il lavoro le stancava le braccia, le infiacchiva le gambe, ma non le lasciava tempo abbastanza da pensare. La notte tornava a casa con sguardo sempre più spensierato. Conduceva una vita tranquilla: leggeva libri già letti, qualche volta andava al cinema a vedere proiezioni di film vecchi, che aveva già visto, aveva un gruppo di amici simpatici ma non troppo chiassosi; due birre a testa il sabato sera e tornavano a casa a piedi un po’ brilli un po’ malinconici ma senza libidini.
Certo, forse non era quello che si sarebbe aspettata, ma non se ne lamentava: diceva che a renderla felice era ormai pochissimo, che si era completamente allontanata da qualsiasi forma di amore illusorio, che la felicità consisteva nel solo adempimento dei propri bisogni, nient’altro. Non eccedeva più in nulla. La letteratura, l’Arte tutta, lo studio, le avevano fatto solo del male, l’avevano traviata, l’avevano demonizzata, l’avevano resa insoddisfatta.
Andrea finì dicendo che l’aveva vista una volta aggirarsi come una vespa fuori a un locale jazz, lei si scusò come se l’avesse beccata a rubare, gli disse che le capitava talvolta di fermarsi a guardare da fuori, ma non era mai entrata; con la faccia spaurita e le mani tremanti, gli confessò che restava fuori la porta per ascoltare senza guardare e farsi guardare, che i loro occhi, tutti pieni di “quella cosa lì”, la musica, le facevano paura, che l’avrebbero fatta pentire della sua felicità, in un istante.
Andrea mi sorrise preoccupato, fece un gesto per aria come a dire “tutto qui”, e si voltò indietro, si scostò di pochi passi, per lasciarmi il tempo di incassare il colpo, in silenzio e da solo, poi mi incitò a tornare al caldo, a festeggiare il Natale, mi assicurò che aveva il numero di Serena, che me l’avrebbe dato, se volevo potevamo chiamarla assieme, andarla a trovare, chissà! Ma non lo facemmo. È passata solo una settimana da quella rivelazione ma non credo lo faremo mai.
Tornammo al caldo e restammo in quella casa ancora per poco, poi tornai dai miei, con la scusa che ci tenevano a tenermi al loro fianco per tutto il tempo del mio soggiorno a casa, ma presi la metropolitana e mi diressi verso casa di Serena, di cui Andrea mi aveva dato l’indirizzo.
Nel tragitto, come in ogni treno che prendevo diretto verso e attraverso il luogo dove abbiamo vissuto le nostre amicizie, dove abbiamo discusso per lungo tempo, dove abbiamo riso, dove ci siamo confortati, dove abbiamo aspettato che arrivasse il tempo di partire, ho pensato a lei, inevitabilmente. Mi sentii in colpa, tremendamente in colpa per non averla aspettata, per averle sempre e solo lanciato ultimatum, mi sentivo in colpa per aver cercato di dimenticarla, per non averle dato più attenzioni, mi sentivo in colpa anche di essermi innamorato di un’altra. Per essere stato sempre affettuoso, per averla viziata, per non averla tradita. Mi sentivo in colpa perché avevo incoraggiato il suo talento nella lettura, le avevo prestato libri, film, le avevo parlato a lungo di sentimenti, l’avevo chiamata alle due di notte per raccontarle le magnifiche avventure di un viaggiatore senza mèta fissa; io le avevo promesso vaste terre di sapere, col tempo, l’avevo lodata per la sua intuitività, per la sua sensibilità, l’avevo incitata a non accontentarsi mai, a fare sempre di più, ma soprattutto io non l’avevo protetta da Marcello, ero scappato via giusto un momento prima che comparisse, ma può mai essere una mia colpa, se invece di me, si era innamorata di un altro? Mi pentii e mi pento ancora di averle dato tante aspettative, di aver fatto così leva sulla bellezza dei sentimenti: le avevo raccontato quant’è bello far l’amore ma non l’avevo messa in guardia dal dolore che si prova dopo a portarsi dietro l’amato sempre, ovunque si va; non le avevo detto che bisogna stare attenti alle parole, soprattutto quelle sentite, perché non si dimenticano; l’avevo elogiata, ma non l’avevo avvertita del guaio che un’ iper-sensibilità come la sua, allevata in un certo modo, potesse diventare patologia. E avevo sbagliato anche a non salvarla in tempo, avevo sbagliato a voltarle le spalle, adesso lo so. La cosa che più mi faceva e mi fa paura, è che lei possa accontentarsi di una vita così misera, dopo aver conosciuto delle emozioni così forti, dopo aver vissuto esperienze vere, mi chiedevo come facesse ad accettare quella vita, ad aver mandato tutto all’aria, così capii che il suo dolore doveva essere troppo grande, e io non potevo affrontarlo. Non potevo affrontare lei, né tutto quello che aveva dentro.
Sotto casa sua, non bussai alla porta. Non fu l’ora tarda, solo non ne ebbi il coraggio.
Guardare il camino acceso attraverso la finestra di una casa senza fuoco, sapere che dall’altra parte si guarda lo stesso paesaggio dolce e innevato, freddo e pungente, doloroso per le labbra e per la testa, per le dita dei piedi, per le mani, ma felice. Chissà com’è sentirsi sempre così, come quella finestra, su cui gli abitanti della casa sospirano appannandole i vetri, scrivendoci disegnini  sopra con le dita, e sentire i lamenti di una banda di ragazzi instupiditi a cui sembri non manchi nulla, tranne il fuoco, attorno cui scaldarsi, tenersi per mano, raccontarsi favole, storie, barzellette.

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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

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