Dei morti e dei palazzi

Stanno costruendo un altro palazzo (palazzo? torre? come chiamarlo?) nel cimitero. Più alto rispetto agli altri. Di molto, anche. Mi chiedo se ci metteranno davvero dei morti, lassù, ma suppongo proprio di sì, perché è finito lo spazio. Proprio non capisco perché metterli così in alto, noi apparteniamo alla terra. Invece poi andiamo a finire in altri palazzi, come prima. Più di prima, perché poi mica scendi, di tanto in tanto, al massimo vengono gli ospiti da te, una-due volte l’anno, e forse nemmeno quelle. Un po’ come passa gli ultimi giorni un moribondo. E dal momento che siamo un paese di vecchi ci saranno assai vecchi, in un cimitero: tutti prima di morire saranno stati moribondi. Nei loro letti, con le loro piaghe da decubito, la minestrina, il brodino, la medicina. Ino ina. Qualche visitina dei parenti ma giusto poche perché la morte che si avvicina fa paura a chiunque, e nessuno ci vuole stare vicino troppo a lungo: venisse mica a quella lì, la Morte, la voglia di visitare anche me se mi vede? Come se si potesse mischiare, tipo influenza.
Insomma, proprio non so quanto possa far piacere a un morto di stare in un palazzo.
Ed è un problema che mi pongo spesso, da quando stanno costruendo quel palazzo, perché abito vicino al suddetto cimitero. Proprio vicino, lo uso da coordinata. “Supera il cimitero…” e sei sulla strada giusta (non dico quanti metri perché non ho il senso della misura. 300?). Anche dove abitavo prima c’era un cimitero, e quando ci passavo davanti riuscivo a scorgere i cipressi, le croci, qualche casetta un po’ più alta (lì niente palazzi); poco più avanti c’erano le campagne e, non potrò mai dimenticarlo, uno spaventapasseri. Di paglia, con il cappellino, i vestiti, pure lui issato su di una croce, faceva da guardia. Quando non vedeva più la necessità di esistere si lasciava cadere, sotto la pioggia, col vento, e i contadini aspettavano qualche giorno e lo rimettevano di nuovo lì, a fare la guardia, coi vestiti nuovi.
A Procida il cimitero si innalza su di un promontorio sul mare, proprio sulla spiaggia, e quando d’estate corri per il vicolo costellato di croci ti fanno compagnia mille gatti e uno strano odore di fiori e decomposizione.
La settimana scorsa, di fianco al mio campeggio a Marina di Camerota, c’era un cimitero – la spiaggia, la più bella della zona. Ogni volta che lo vedevamo da lontano, sapevamo di essere tornati, ed eravamo più tranquilli.
A Parigi ci sono tanti di quei cimiteri che passai giorni a visitarli: mi appollaiavo sulle panchine accanto alle tombe e mangiavo le mie baguette – con grande angoscia di chi mi accompagnava. Che grande cliché.
Ma non ho una vera passione, non è una cosa che mi rende FREAK, mi piace stare in compagnia dei morti. Mia nonna ha sempre detto che sono quelli che se la passano meglio, e come darle torto!, che non bisogna avere paura di loro, ma dei vivi.
C’è qualcosa di sacro, nei cimiteri, niente a che vedere con la religione, qualcosa di immobile e eterno e allo stesso tempo finito, sempre in mutamento. E un’aria familiare. Percorri vie di persone che sono state, che chissà dove sono, che forse ti guardano, o forse se ne fottono. Però sono tutti amici, assieme nella stessa casa, tanto dài, è andata, siamo tutti sottoterra.
Seh, magari fossero sottoterra! Ecco, io credo che se un giorno dovessimo lamentarci delle vendette dei morti sarà per questo motivo qui. Che stanno nei palazzi.

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Pubblicato da

clahoudini

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo, ritaglio e analizzo, incollo, mi emoziono, scrivo.

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