Conigli di paglia.

Quand’ero più piccola, ma assai piccola, così piccola che io e mio fratello riuscivamo a dormire sdraiati sui sedili posteriori dell’auto, un giorno mamma ci portò a cercare il Coniglietto. Quello del film degli anni ’30, con quel contadino afro in carne e ossa che cantava le canzoni dentro un mondo colorato a pennarelli.
Eravamo stesi dietro e ci inoltravamo in questi boschi, io me lo immaginavo tra le spighe, che ci aspettava, e intanto chiudevo gli occhi dalla stanchezza. Era di vitale importanza, per me, cercarlo.

Adesso che ho traslocato è uscito di nuovo fuori il Coniglietto.
Dal mio cassetto alla fine dell’armadio è spuntato col suo nasetto all’insù, le orecchie tese all’indietro, le zampine piegate a mò di tuffo.
Lo trovai una-due settimane dopo che io e la mia amica Catta ci separammo. Sull’ingresso del dormitorio, io con una valigia e lei con le pantofole.
Qualche sera prima mi aveva chiamata per dirmi che aveva visto un lapin sui binari del tram. Era ubriaca.
Catta, forse volevi dire souris (che poi vedemmo in braccio a una ragazza, ma questa è un’altra storia).
No, no, un lapin.
E ogni volta che uscivamo si chiedeva di questo lapin. Era di vitale importanza, per lei, cercarlo.
E poi una sera lo vidi anch’io, non aveva avuto le traveggole. Stava sempre sui binari del tram, annusava per terra, saltava, storceva il naso, lo vedevo davanti ai miei occhi e non potevo crederci.
Ormai Catta lo voleva. Se non quello, un altro.

Prendiamocelo e facciamo a turno chi se lo tiene, così quando verranno a fare un’ispezione nelle camere nessuna di noi finisce nei guai!

Così quando tornai a casa mia, a Napoli, come prima cosa mi affrettai a cercarle un lapin e lo trovai di paglia e cartone.
Mai inviato. Lo guardavo, lo mettevo in scatola, scrivevo l’indirizzo e poi mi fermavo lì.

I giorni passavano e il coniglio era sempre lì, nel cassetto, a “non guardarmi” coi suoi occhi strabici e bisognosi. Una volta decisi di buttarlo anche. Ma non sapevo nemmeno bene in quale cassonetto andasse. Non riuscivo a staccarmene, e non riuscivo a inviarglielo.
Sono anche andata a trovare Catta, che è sopravvissuta a nove mesi senza un lapin ed è tornata dai suoi veri lapins. Sono andata da lei ma non gliel’ho portato.

Adesso Catta è in California, in un ranch, tipo, e io tengo ancora con me il lapin casomai dovessero passare quelli a fare l’ispezione, che finora ancora non si sono fatti vivi.
Così non finisce nei guai.

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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

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