Di mare e di passate stagioni, cap. I: La paura di casa.

Ieri passavo nemmeno sfrecciando ma proprio a rallenty per via manzoni, non ricordo nemmeno se laggiù è ancora/già via manzoni, comunque la salita che porta a. A rallenty ci andava l’autista, quello dell’autobus, ché io la patente mica me la faccio, no, a costo di morire di vecchiaia ferma alle fermate. A rallenty ho visto quelle due curve che sembrano due ànche di Vesuvio blu, io ero in discesa, e il tutto lo vedevo un po’ storto. Ecco io guardavo quei fianchi che si immergevano nel mare e mi è venuto il panico alla gola. C’era un po’ di sole ma non si rifletteva nell’acqua, tutt’altro, sembrava che il mostro marino l’avesse inghiottito per sempre. Niente, pensavo a quelle persone a cui basta vedere i fianchi appisolati del golfo che subito si esaltano e fanno “ma cumm’è bell!, ma dove lo vedi un mare così”, e sono tutti felici e pieni di giubilo innalzano osanna alla loro città e io invece penso che ho proprio paura. Lo guardo e mi sento inghiottita come quel sole timidone. L’acqua sconfinata mi mette così tanta paura che a volte penso che io non vengo da lì come tutti. Che le montagne che sono emerse dall’acqua, quelle isole appuntite inondate d’aria sono state una salvezza per me e per chi ha paura dell’illimitato nulla; m’immagino tutta blu aggrappata a una pietra con le branchie che si aprono al contatto con l’aria. Devo essere stata una di quelle creature che sperava da secoli di risalire la corrente e scorgere un pezzo di terra fermo e stabile, e aspettavo che tutti i gas prima o poi si stabilizzassero per permettere la vita oltre quella massa oceanica senza tempo. Aspettavo gli alberi e gli insetti. Che il magma avesse la meglio. E così mi fanno paura le navi e i traghetti, ma – che stranezza la vita –  li preferisco. Così come avrei preferito stare in mezzo a quel mare magari su di una barca a vela piuttosto che guardare tutto dall’alto di un pezzo di terra. Mi è venuto in mente, mentre indugiavo sui fianchi stesi, L. che m’era venuta a trovare in Francia, il periodo in cui ero lì, e che dall’alto di un grattacielo dove si vedeva tutta la città lei quasi stava per sentirsi male. «Che paura i posti dove non si vede il mare», mi diceva «Mi sembra di non poter respirare. Ok che c’è il fiume, mi dà un po’ di pace, ma il mare mi fa vivere, capisci?». Sì. E infatti un giorno mi allontanai da quella città per certi versi lugubre e per niente familiare per raggiungere la costa, ricordo che il treno si ruppe e che ci fecero scendere due fermate dopo dove due pullman erano già pronti per partire e di nuovo io scendevo a rallenty tutte quelle vie e viottoli pieni di case colorate e borghesi – che carine – e tra un albero e un tetto riuscivo a scorgere un barlume di oceano: ero tutta un fremito. Ed eccomi sugli scogli, con un po’ di sabbia diversa dalla nostra ma così simile per splendore – oddio ma quanta ce n’è? E tutti uccelli che non ho mai visto in vita mia se non nei documentari sugli animali che girano attorno e si perdono in mezzo alle onde. Che paura. Ma che voglia di scomparire lì in mezzo e confondersi in tutto quel blu diventare parte del nulla con gli occhi e il naso tesi il collo a giraffa le mani strette sulla terra per cercare di trattenersi ma la terra è sabbia,

non ti tiene ferma.

Annunci

Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...