Di mare e di passate stagioni, cap. III: Sull’immaterialità del fare le addizioni se il risultato è sempre me meno te.

Dico: che batosta quando non ci sei, faccio uno più uno uguale me senza te che non ci sei. Mi butto in letture che tu definisci: particolari. Ma preferirei passeggiare con te di notte a Roma e spostare i bicchieri dei tavolini dei bar, mi dici che dovrei romperli piuttosto che spostarli, se proprio devo, ma io no, li voglio solo spostare, che problemi hai? C’ho il naso spiaccicato contro la vetrina, le guance arrossate, abbiamo bevuto un po’, volevo fare la grande e ho chiesto un old fashioned come quello di mad men. Praticamente Roma mi piace solo perché ci cammini tu, dentro. Ci cammini storto, fa lo stesso, ma mi manca guardare le strade coi sanpietrini le luci gialle con te dentro. Proprio non saprei come viverci, in quella città, mi sembrano dei pazzi che non sanno di essere pazzi, tutti quanti. Si sono convinti di non so cosa e perseverano. Immobilizzati in una realtà che non esiste da un pezzo, discorsi che si impappinano su teorie superate, e il sole gira intorno alla terra, cose così, andate, vite confutate da migliaia di anni che ancora stentano ad adattarsi. Ma chi lo dice poi che sbagliano, dopotutto chi non è imprigionato in inutili retoriche scagli… Ti ho pensato ieri quando mi sono ritrovata – e non sto a spiegare perché come – nel mezzo di una lezione di non ho capito bene quale materia, in una classe di liceo di Scampia. Sulla differenza tra materialità e immaterialità. Dapprima ho pensato si stesse parlando di studio di materiali e della loro duttilità (?, è una cosa di cui ho sentito parlare, ma non sono sicura che esista). Invece poi nello schema erano elencate: Storia, Matematica, Religione, La nonna. Cose così, nemmeno io sapevo rispondere, e a dire il vero a fine lezione ero anche più disorientata di prima. Uscita di lì ho capito, per esempio, che la Matematica, la Storia e La Nonna fanno parte della Materialità, mentre la Religione no. E qui io avrei tantissimo da ridire, ma ovviamente si stava parlando a dei ragazzi di tredici anni – uno era così carino e piccolino che sembrava un pulcino, mi entrava in una mano, c’aveva pure i denti che spuntavano e restavano sospesi di fuori di tanto in tanto quando sorrideva e tentava di rimetterli dentro la bocca, “dannati dentini!”, sembrava pensare, e si toccava il musetto. Era difficilissimo tenere dei ragazzini di quell’età che nemmeno portavano i fogli per scrivere, pareva il film di Cantet*. Il professore tentava di far loro capire dove inserire la realtà virtuale, e pare che è da un po’ che ci sta provando. La matematica costruisce le reti ferroviarie, quindi è materiale, però costruisce anche le reti del web, e quello non è materiale. Che mal di testa. E io e te dove stiamo? Dove ci mettiamo? Sì, spostiamo questo discorso ostico sul “materiale amoroso”, definiamoci. Sono passati 10 anni dal mio primo liceo. Non ho mai avuto bisogno di una lezione circa la materialità o immaterialità della realtà – ma per molti versi avrei dovuto esigerla – eppure eccomi qui a chiedermi in che categoria mettere il ricordo di noi due che spostiamo i bicchieri sui tavolini del bar all’aperto.

Ma una cosa è certa: che sia nell’immaterialità o nella materialità di questa realtà, io stento a viverci senza di te. Faccio le cose però manca sempre un fatto materiale che sei tu. Se dobbiamo vivere nell’immaterialità e nella materialità allo stesso tempo dobbiamo stare assieme, non ci stanno cazzi. Sei la Matematica che mi fa fare i binari del treno e allo stesso tempo sei la Matematica che crea i binari di una rete di cose non catalogabili che vanno dai sogni ai ricordi ai sentimenti. Detto così proprio: manchi.

*Entre les murs (La classe).

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Pubblicato da

clahoudini

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo, ritaglio e analizzo, incollo, mi emoziono, scrivo.

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