Di mare e di passate stagioni, cap. IV: Gabbiani.

“Che razza d’uccello è? […] dove abitano? Mai visto neanche uno, prima di lui.”
“Lui dice” rispose Parruccone, guardando dritto Pungitopo, “dice che non è molto lontano da qui, dove la terra finisce e non ce n’è più.”
“Be’, s’intende che finisca a un certo punto. E cosa c’è, più oltre?
“Acqua.”
“Un fiume, vuoi dire?”
“No,” rispose Parruccone “non un fiume. Lui dice che c’è una gran distesa d’acqua, che continua e continua. Tanto che non si vede l’altra sponda. Anzi non c’è. O meglio, sì che c’è, ché lui c’è stato, sull’altra riva. Insomma non lo so. Devo ammettere che non ho capito ben bene tutto.”
“T’ha raccontato dunque che è volato fuori dal mondo e poi c’è ritornato? Non sarà vero!”
“Non lo so,” disse Parruccone “però sono certo che non racconta bugie. Insomma, c’è quest’acqua che si muove di continuo e che batte, si frange contro la terra. E quando lui non sente quel rumore, ce n’ha la nostalgia. Ecco, così si chiama, lui: Kehaar. è il rumore che fa l’acqua che si rompe.”

La collina dei conigli, Richard Adams.

Ieri un gabbiano stava sul palazzo di fronte e chiamava. Non so chi, chiamava, insistentemente. Sarà il delirio della febbre, ma a un certo punto ho creduto che ce l’avesse con me.

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Pubblicato da

clahoudini

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo, ritaglio e analizzo, incollo, mi emoziono, scrivo.

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