Parlo di dolore.

È passata una settimana.
Di lui continuo a ricordarmi sempre le stesse cose, in modo vivido, come se non fossero passati degli anni:
il sorriso che faceva mentre parlava, nello stesso momento in cui parlava, e lo faceva sempre;
il piccolo inchino di lato con la testa e l’alzata di spalle, movimenti unisoni, quando s’imbarazzava o era timido, e lo era sempre;
lo zainetto verde pisello tenuto chiuso da una spilla;
la felpa a righe grosse blu e sottili rosa;
le mani da dinosauro;
i capelli sempre sfatti;
i suoi libri di poesie;
la maglietta dei CCCP;
la camicia arancione estiva;
quanto cazzo era alto e quanto imbarazzante abbracciarlo, da sotto, con le punte dei piedi e le braccia appese al collo;
i suoi mille denti;
quella volta in cui chiesi a B la locandina di quello lì che mi piaceva e suonava a Napoli e B mi mandò a fanculo e lui invece staccò la locandina da un palo, la arrotolò, se la portò a casa e il giorno dopo da me, in classe, col sorriso e i suoi mille denti e l’alzata di spalle e l’inchino di lato della testa;
le compilation che ci faceva;
i fumetti su di lui di Frà;
le volte che mi abbracciava e mi ringraziava quando lo chiamavo per nome, ero l’unica che lo chiamava per nome;
la sua voce rauca;
la prima volta che ci ho parlato, avevo delle fragole per B, le prese lui e mi sorrise;
tutti gli anni più belli, innocenti, ingenui, pieni di speranza della mia adolescenza.

Adesso ho il ricordo di lui e della locandina che mi porta fino in classe, io che lo ringrazio chiamandolo per nome, lui che mi dice: Bionda!, almeno tu mi chiami per nome!, con la sua voce rauca e si abbassa per abbracciarmi e io sulle punte e poi si butta giù. Fa così. Parla, poi come se niente fosse va ad una finestra e si butta giù.

È passata una settimana ma non abbiamo smesso di piangere. È morto e gli anni più belli si sono rivestiti di dolore, come un foglio di cellophane, adagio, sulle nostre teste.
Viviamo in modo un po’ strano, abbiamo scoperto che non solo i nonni, i papà, i cani muoiono. Pure gli amici, gli ex amici, i compagni di liceo, e ci lasciano vuoti anche loro. Pure loro si buttano giù dalla finestra. Prendono e se ne vanno. Tutte le poesie che leggeva, i sorrisi mentre parlava, sono caduti giù dalla finestra, si sono buttati con lui. Così come tutti i nostri anni più belli passati a scambiarci la musica e le poesie e le confidenze e tutte le paure.
Continuiamo a vivere, ma ogni tanto le cose ci sembrano troppo indiscrete. La gente che ride troppo forte, noi che ridiamo troppo forte, il fatto stesso che continuiamo a provare emozioni belle, a vivere, a camminare, ci fa sentire in difetto. Non dovremmo, e allo stesso tempo sì che dovremmo. Ci sdegniamo per le nostre reazioni di vita, poi però ci giustifichiamo, ché alla fine noi stiamo continuando a vivere, nonostante tutti quegli anni si siano buttati giù con lui, è inevitabile
ma inaccettabile.

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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

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