Il signor Emilio

C’è un personaggio che ho lasciato chiuso in una stanza. Mi bussa di tanto in tanto, trema co’ sto caldo, bussa alla parete di vetro che ci separa e mi dice: allò?, che si fa?
C’ha il cappelletto, a volte no, i capelli grigi e la barba incolta. Dietro, la tappezzeria non prende colore, passa dal grigio al rosso pompeiano al marrone chiaro a fantasie antiche. Ce l’ho di fronte, sguardo dritto su di me, si gratta dietro la nuca e mi aspetta. Una figura piuttosto incerta di una donna bionda vestita di nero si aggira alle mie spalle, un’ombra che appare davanti ai fari sparsi per la stanza e scompare di nuovo nell’oscurità tutt’intorno, ha la penna puntata su un foglio bianco davanti a sé e le labbra pronunciate. Mi aspetta pure lei. Io non so che scrivere, o comunque lo so, ma aspetto anch’io non so cosa. L’ispirazione? La costanza? Il padreterno?
Tra tutti i personaggi con lui, l’ometto, ho un rapporto particolare, non a caso ritorna in altre storie, sotto altre spoglie, con un’altra luce, pure sempre chiuso in una stanza, coi muri scrostati, o in un negozio dalle alte finestre verdi. Derelitto, narici larghe, i puntini della barba gli fanno prurito. Claudia dammi un motivo, sembra dirmi, oppure assolvimi; dammi una scusa per spiegare perché ho fatto quello che ho fatto, redimimi, dì loro che anch’io sono meritevole di compassione, o perlomeno provaci, pure se non riesci a giustificarmi almeno fammi parlare, ci penso io.

Io mi taglio le unghie, respiro piano, mi lamento della mia sedentarietà, girovago nei miei pensieri, perdo/prendo tempo, chiudo gli occhi e lo guardo di tanto in tanto, non mi spreco nemmeno a dirgli: Aspetta; solo lo guardo, mi viene da pensare: ma che vuoi da me? Perché mai non mi ritrovo con aspirazioni diverse? Perché non mi sono mai concentrata su qualcosa di pratico? Perché non mi sono rimessa alle mie capacità, seppur poche, nonostante gli imperativi di mia madre, le sue inquietudini, i suoi sforzi di portarmi da un’altra parte con un’altra testa? Sempre lì a girare, in tondo, mai con l’impulso di scrivere la mia vita una volta tanto, mai con l’iniziativa di viverla, sempre a crogiolarmi con le gambe al petto, a guardare fuori, a pensare alle vite degli altri. E’ frustrante. Ho lavorato anni per avere le nocche e le vene pulsanti. Una volta ottenutele, ho smesso di affannarmi. Una vita così e poi mi fermo davanti a un ometto con la barba ispida perché non riesco a decidere il colore della carta parati, e se di carta parati si tratta. Lo guardo e non riesco a identificarlo, non mi riesce di accontentarlo, mi sento intenerita dalla sua volontà e allo stesso tempo impaurita per i miei quasi 24 anni e quelli che ancora devono venire che passerò invariabilmente lì davanti a lui, o a qualcun altro, a cercare di rendere esattamente quello che lui vuole essere, per quanto tempo ancora? Dietro chi sto correndo? E chi voglio redimere? Con chi ho a che fare? Chi mi chiede la vita? E se lui avesse più dignità di vita della mia, come posso voltargli le spalle?

Ma soprattutto: chi mi credo di essere?

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Pubblicato da

clahoudini

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo, ritaglio e analizzo, incollo, mi emoziono, scrivo.

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