KARST

Nientedimeno tutti i miei racconti che finiscono male finiscono d’estate. Una condizione cupa dell’esistenza che coincide con la mia nascita. Ogni anno al compleanno ti dicono che sono gli anni più belli e tu a tua volta lo dici a qualcun altro. Questi sono gli anni più belli. Poi magari sono i trenta e tu nemmeno li hai ancora vissuti, ma dicono che sono i più belli. La terza età, poi, non ne parliamo.

Questi miei, invece, come gli altri che c’erano e che devono venire, sono gli anni che vengono d’estate e questa è di sicuro l’estate più calda che abbia mai vissuto, e come moscerini gli anni si appiccicano addosso. Umidi, caldi, sotto al sole, coi cappelli di paglia, le creme solari, i piedi ustionati, i nasi attappati sott’acqua, le orecchie sopra, ma soprattutto sempre in cerca di lenzuola fresche, questi anni.

Questi ventitré anni ho imparato cose. Tipo che gli amici muoiono, ma già l’ho detto, e che quindi i ricordi cambiano per via del dolore; che quello che avrei voluto fare tanto probabilmente non è quello che vorrei davvero fare, o comunque non c’ho la stoffa, perché ci vuole carattere, determinazione, bisogna essere dei leader, combattenti, e io ho smesso di affannarmi tanto a cercare di essere altro. Ho accettato, infatti, che non posso cambiare, posso solo migliorare, ciò significa che qualcosa di buono c’è e bisogna far leva su quello. Ho imparato, vediamo, che la vita è una gara di motocross, che se cadi stai nel fango e l’armatura attutisce ma non ti separa dalla puzza e se fai i salti sono sempre pirotecnici e un po’ comunque ti sporchi.

E ho imparato che ci sono tre cose che fanno paura ai costruttori: la prima è la sabbia, la seconda è la falla e la terza è il karst, una malattia della terra.

Ma non c’è storia: ventiquattro anni a costruirmi e ogni volta l’umidità si appiccica, le infiltrazioni mi spaccano e io cado a pezzi.

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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

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