Di mare e di passate stagioni, cap. V: mancato ritorno.

La chiameremo Assuntina.

Nell’estate del 2012 io e lei eravamo una strana coppia, la gente ci guardava. Era difficile pure chiedere di lei la mattina alla mamma, quella non si spiegava com’è che avessi così tanto interesse a passare il tempo con una bambina di sette anni. Ma io le portavo la frutta i libri i fiori le caramelle i pennarelli i fogli e i soldi, quindi non faceva domande.
Casa mia era vicino casa sua, casa mia che adesso non è più casa mia nei fatti ma continua ad esserlo per me. A volte lei veniva fuori casa mia, ci divideva un cancello e chiamava, come i gatti. Aveva la carnagione scurissima, i capelli scurissimi, gli occhi scurissimi, i vestiti e la pelle sempre un po’ macchiati di non si sa bene cosa, forse della strada, dello smog, dell’asfalto, del marciapiedi. Ricordo che mia mamma mi intimava di starle lontana, ché c’aveva le pulci. Le mamme, a volte, eh?

Un giorno me ne andai senza dirle niente. Non dissi niente nemmeno alla mia casa, presi due valigie solo due e me ne andai per mesi, a studiare lontano, me ne dovevo andare, l’asfalto è fango, si attaccano i piedi, dicevo, l’aria opprime, mi sto ammalando, che cagacazzi. Quando tornai casa mia era lontana due quartieri dalla casa in cui ero ospite. Silenzio, buio notte dormire.

Di lei non ho saputo più nulla, poi l’anno scorso sono tornata a miagolare alla sua porta e un vecchietto che abita lì vicino mi ha detto che mò si mette la minigonna, Assuntina, ma io non gli credo. ‘Sti vecchi, non sai mai cosa ti contano. Sono stata ad aspettare ore fuori casa sua, zampe una sopra l’altra. Proprio come i gatti sono brava ad aspettare.
A un certo punto la proprietaria di casa sua si affaccia al balcone e mi chiede:
Sei la maestra?
Come, scusi?
Sei la maestra di Assuntina?
No, sono un’amica.
Ma quanti anni hai?
23.
Allora sei la maestra.
Ok, sono la maestra. Quando torna Assuntina?
Non lo so, si fa notte di solito.
Chiude la finestra, mi spia dalle tendine.
Il vecchietto di prima mi ha detto che si erano arricchiti in un modo che non sto a dire, per questo vedevo le inferriate alla porta-finestra, per questo le pareti erano colorate di estate calda e rovente. Gli credo.

Assuntina l’avevo conosciuta perché un giorno mi aveva chiesto degli spiccioli fuori alla farmacia. Al mio quasi solito “mi dispiace, non ho niente” lei:
E una gomma almeno ce l’hai?
Alla gomma si era attaccata a parlare e non si era smossa per mezz’ora. Mi aveva seguita fino a casa e mi aveva inondata di domande. Che fai, che studi, quanti anni hai, come ti chiami, adesso siamo amiche, mi piace leggere, ce l’hai un’altra gomma.
Poi è seguito uno scambio di battute che a volerlo ripetere non ha lo stesso effetto per niente, quindi non lo ripeto, ma era grande, di un’ironia inconsapevole, unica, presi subito a volerle bene.
Eravamo molto diverse, alla sua età ero una bambina timidissima e incapace di stringere amicizia, lei invece era un sole e non faceva che parlare di continuo e con tutti. Tutte e due però ci sentivamo particolarmente legate a una famiglia a cui non sentivamo di appartenere realmente, perché parlavamo un’altra lingua. E questa cosa si vedeva a distanza quando ci vedevamo da una parte all’altra della strada e ci correvamo incontro, scodinzolando, non c’era bisogno di spiegarla.

Settimana scorsa vado al pronto soccorso, mio fratello ha avuto un incidente. Non subito, dopo mangiato. E questo particolare è assai importante, non subito, badate, non subito, ma dopo mangiato, ok, dopo mangiato, se fossimo andati subito non sarebbe stato dopo mangiato. Entriamo, dà i dati, guardo il tizio che prende i dati, ci chiede di accomodarci, passa una barrella, ci oscura la visuale, vediamo due posti liberi, lui si siede, io in un angolo alzata, schiena contro il muro, devo guardare tutto, io. Davanti a me una ragazza abbastanza grassa, poi noto una bambina. La bambina stava in mezzo ai genitori di Assuntina. La bambina era uguale ad Assuntina tre anni fa, stessa età di Assuntina tre anni fa, ma non era Assuntina.
Ha un vestitino da mare rosa che le scende di continuo di dosso, se lo tira con le manine sopra i zizzotti che nemmeno c’ha, muove la testa a destra e sinistra e canticchia, i capelli scurissimi come quelli di Assuntina. La mamma scruta tutti con gli occhi da pazza che si ritrova. Il padre uguale a tre anni fa adesso gioca con un cellulare che è grande quanto un citofono. Li guardo con la bocca aperta. La bambina mi nota, mette da parte il cellulare e una di fronte all’altra ci spariamo le linguacce. La mamma che ha sempre gli occhi da pazza dietro dei pezzi enormi di vetro mi fissa, forse ricorda qualcosa, poi si distrae e pensa ad altro.
Il telefono del papà squilla.
È Assuntina, fa.
Eccola. Parlano, ho gli occhi sbarrati come se fossero orecchie, ma lui urla al telefono, si sente tutto, si sente mentre dice:
TI RACCOMANDO NIENTE PATATINE O SI NO VERIMM.
Io zitta, pensavo ai mille modi in cui potevo interrompere i loro giochi al cellulare, le loro urlate al telefono, dire chi ero vi ricordate di me? Chiedere di Assuntina, farmela passare al telefono. Avrei voluto dirle che mi dispiace di essermene andata senza dirle niente, che ormai non passa bambina per strada che non penso a lei, al modo schietto con cui mi parlava, al marciapiedi che si ritrovava addosso, alle unghie sporche che vedevo sulle sue mani che mi stringevano le braccia quando mi trascinava da una parte all’altra, ai giochi suoi inventati, alla sua testolina intelligente, al modo in cui si esprimeva.
Dirle, ad esempio, avrei voluto dirle che è ciò che più somiglia a casa mia che non so spiegarglielo, non so spiegarlo, dirle che è teneramente casa mia.
Invece no.
Non ho detto niente.

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Pubblicato da

claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

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