Limite invalicabile.
6 maggio 2012
‘Limite’ è la parola di questi giorni. ‘Questi giorni’ comprende un periodo indefinibile che va da una settimana a tutta la vita, a scelta, di sicuro non di bassa entità o ampiezza. Per la verità in un giorno tra ieri l’altroieri e quello prima ancora si è imposta questa parola come una colonna insormontabile davanti il mio cammino. Ed io me ne sono fatta beffe.
Così è successo che i carabinieri della traversa dei carabinieri si sono presi un cane. E’ oggettivamente brutta e scorretta l’espressione ‘si sono presi + c.ogg’ ma io me ne faccio beffe (vd. sopra). Un cucciolo di cane tutto nero, con le orecchie penzoloni, e quando ci passo davanti, quello mette la testa sul muretto, tra le due zampette e mi guarda con due occhioni tenerissimi, così mi faccio coraggio e attraverso il famoso ‘limite invalicabile’ della proprietà dei carabinieri: c’è un enorme cartello che mi ha sempre tenuta alla larga da quel posto, mi è sempre venuto naturale lasciare un raggio di parecchi metri tra me e loro. Poi la solitudine di quel limite li ha spinti a comprarsi un cane e adesso nessuno si fa specie, tutti attraversano quel cancelletto, sopratutto i bambini.
Gli altri limiti invalicabili che ho tuttavia valicato nel corso di quella famosa giornata non li ricordo del tutto e altri non li ricordo affatto: uno aveva di sicuro a che fare con l’allarme di un negozio di griffe che ha cominciato a suonare non appena ho fatto capolino con la testa: evidentemente suona non appena un plebeo sogna sulla sua soglia; un altro ancora aveva a che fare con dei pesi che non riuscivo a sollevare, e il mio istruttore ha usato la parola ‘limite’; mia madre, ancora, mi ha detto qualcosa, e così sicuramente mio fratello e tutti quelli che ho incontrato quel giorno altrimenti non l’avrei mai ricordato come il giorno del ‘limite valicato’.
Una mia , per esempio, mi ha detto: ‘Claudia, non farlo, fermati qui! C’è un limite: tu lo stai oltrepassando.’
Ma probabilmente è una parola che si usa spesso, di linguaggio quotidiano e io ho cominciato a notarla soltanto perché ho oltrepassato il limite invalicabile del terreno dei carabinieri, nota azione trasgressiva e ribelle. Domani oltrepasserò altri limiti, ci saranno altri cartelli che verranno ignorati, sarò messa in guardia da altri circa le mie azioni, ed io cercherò di avere un equilibrio o, quantomeno, di preservare la mia salute fisica e psichica.
Per esempio. Ma può anche darsi che mi fisserò con un’altra parola, tipo ‘albicocca’ o ‘passione’ e tutti mi sembreranno dei fan della frutta e/o delle furie a letto.
Ma che vado a pensare.
Siamo tutti schifosamente psicoanalizzabili.
28 aprile 2012
‘Esiste un aspetto del salvataggio per una donna che non abbiamo ancora discusso. In The Loving Spirit, abbiamo esaminato l’importanza per l’eroina di sentirsi “parte” di qualcosa, qualche forza o spirito diversi da un uomo reale. Salvare ed essere salvati qui si separano, e questo può essere il caso in cui una donna vuole essere salvata nel senso di diventare parte di qualcosa al di là di sé.
Una ragazza trascorreva molte sere contemplando le stelle d’oro dipinte sul soffitto della sua stanza, convinta che là abitasse qualcosa a cui avrebbe dato in seguito il nome di “terza forza”. Lungo le contorte vicende delle sue relazioni con gli uomini, le sue delusioni si scontravano sempre con la consapevolezza di qualcos’altro, che osservava e attendeva, e che aveva completa fiducia in lei. La scrittrice George Sand raccontò una storia simile. Bambina precoce e rapida nell’apprendimento, la sua famiglia era sconcertata da un’unica incapacità: riusciva a dire tutto tranne la lettera “b” (in francese “be”) dell’alfabeto. Né suppliche né punizioni poterono indurla a correggere l’elisione. All’età di dodici anni successe una cosa strana: vide le lettere dell’alfabeto nuotare davanti ai suoi occhi, finché non si riunirono a formare la parola “Corambe”. Seppe allora che la parola l’avrebbe accompagnata, osservata e che avrebbe ascoltato le sue lunghe storie. Man mano che la sua vita trascorreva attraverso una lunga serie di amanti, questi venivano abbandonati ogni volta mentre la sua divinità privata rimaneva costante. A Corambe dedicava un altare, pregava, comunicava con lei.
Nella sua discussione sulla vita di Sand, Melene Deutsch collega il “coram” di “Corambe” al latino coram, “di fronte a”, e si potrebbe aggiungere che coram ricorreva normalmente nella liturgia, come coram Deo, “di fronte a Dio”. Ora, se “be” è la “b” del suo alfabeto d’infanzia, “Corambe” significa “di fronte a b”, dove la lettera “b” prende il posto di Dio. Gli scandali della sua ricca vita amorosa sono così adombrati da questo partner silenzioso, così come per l’eroina in The Loving Spirit c’è una frattura tra l’uomo reale della sua vita e la forza alla quale sente di appartenere, il luogo della sua fedeltà. Questa dualità è spesso fraintesa, in quanto la relazione con gli uomini è usata per interpretare la relazione con ciò che esiste al di là di loro. Così, molti commentatori della grande mistica femminile del Medioevo sono spesso sconcertati da come gli incontri delle sante con Dio assomiglino a un grande orgasmo.
Ma tali descrizioni sono di fatto alquanto rare. Come fece notare la storica Carol Walzer Bynum, la maggior parte degli scritti della mistica femminile verte più sull’impossibilità di essere completamente sole che sull’estasi dell’unione. Questa impossibilità può prendere il nome di “Corambe”, The Loving Spirit, “terza forza”, ma è comunque diversa da un uomo.
Se l’amore tra gli umani non sempre è duraturo, queste stranezze invece permangono. “Corambe”, The Loving Spirit e “terza forza” sono nomi di qualcosa che esiste indipendentemente dalle vicissitudini della storia, ed è perciò costante e affidabile. Forse una promessa assume il suo significato all’interno degli spazi di queste divinità. Ma non è simile alla promessa che viene da un uomo reale; si potrebbe dire, piuttosto, che il luogo di questo terzo termine è in sé l’effetto di una promessa infranta nel passato. Perché emerga il garante, perché la “terza forza sia lì”, costante e fedele, forse qualcosa non era così sicuro una volta. Se “lo spirito amante” non delude mai, forse ha preso il posto di qualcosa che ha deluso, qualcosa che non durò o che addirittura non successe mai. Una storia d’amore così ne presuppone un’altra, e perché una passione incominci c’è sempre la questione di come, esattamente, sia finita l’ultima…’
Le promesse degli amanti, di Darian Leader.
Il treno delle sette e qualcosa.
22 aprile 2012
Sapessi quanto t’amo, Lina! Splendidi occhi, non vi ho mai traditi, non vi ho mai preferito ad altri, e solo tu sai, mia cara, quanto io sia felice qui con te, quanto mi renda felice vedere il tuo fianco ogni mattino, saperlo vivo e tondo e fedele, sempre lì ad aspettarmi ogni sera, ma debbo dirti una cosa… Sì, tesoro, scusami se ti ho svegliata a quest’ora della notte, ma io devo assolutamente parlarti, perché da qualche parte, non so bene dove sono stato così felice che ne ero commosso. Sì, la felicità era così grande che ho finito col dimenticarti, ed è questo il crimine che ho commesso per cui ho tardato stanotte. No, non ero con un’altra donna, o meglio, ero con molte donne, ma non ho avuto nessun rapporto con nessuna di loro.
Lascia che ti racconti.
Quando oggi sono uscito da lavoro e mi sono diretto verso la metro, un ragazzetto su un motorino mi ha rubato la ventiquattr’ore, e nell’inseguimento mi sono quasi rotto un braccio! Fortuna ha voluto che quel mascalzone cadesse, così io sono andato subito a denunciarlo alla polizia. E questo è un motivo, mia cara, ma dalle sei del pomeriggio sino alle due di notte ne è passato di tempo, e ne ho viste di cose! Ah, tesoro, sapessi! Ti dico che questo contrattempo del furto e della denuncia mi sono costate ben quattro corse di metropolitana! Se i soldi potessero valere quanto i treni mancati e non quanto quelli presi al volo come invece è, saremmo ricchi, ricchi! Ebbene, erano le sette, le sette e qualcosa, era passata più o meno un’ora dall’evento scatenante, ed io ero insieme a dei poveri cristi che come me volevano tornare a casa. Non l’avevo mai preso il treno dalle sette, tu sì, cara? D’altronde è così difficile trovarsi in quella zona di città per puro piacere, con questo lavoro continuo, è poco probabile che tu ci sia stata! Il treno delle sette non è poi così diverso da quello delle sei, ti assicuro, forse puzza un po’ di più perché è un’ora di sudore di differenza, però tutto sommato si sta bene nel lezzo d’inverno, è coperto abbastanza. Beh, succede che il treno cambia rotta. Sì, proprio così, anch’io mi sono chiesto: ma che siamo su una nave? Da quando in qua un treno decide dove andare? Dall’altoparlante la signorina-metro ci informa che due stazioni più avanti c’è stato un incendio, credo, e dico credo perché poi quando ci fanno scendere, la notizia è cambiata: pare che il mio treno, il treno dove viaggiavo io, tesoro, fosse guasto. Ci hanno fatto scendere a metà strada, in una stazione che avevo letto più volte, di cui sapevo l’esistenza ma non mi sono mai preoccupato di conoscere, perché è dell’altra linea! Con me sono scesi tutti quelli presenti, eppure appena ho attraversato i tornelli non c’era più nessuno. Quando sono uscito dalla stazione, il rosso accecante del sole al tramonto mi ha impedito di vedere bene dove mi trovassi, per un po’. Trovato un posto all’ombra, ho visto una spiaggia, e nonostante la voglia impellente di tornare a casa da te e rassicurarti con la mia presenza per la mia lunga assenza, ho seguito il sole che come un enorme spicchio di anguria riposava mesto sul mare calmo e arancio. Ho tolto le scarpe e ho immerso i piedi nell’acqua tiepida: sono rimasto in quella posizione per molto tempo, con gli occhi chiusi, a respirare l’odore dolce dell’estate che sta arrivando, e quando ho riaperto le palpebre non ero più solo. Il rumore del mare adesso si confondeva con le grida di alcuni bambini che giocavano sulla riva, si rincorrevano e si acchiappavano, poi si tuffavano in acqua con tutti i vestiti; mi sono guardato intorno nella speranza di vedere qualche adulto, ma non c’era nessuna mamma alle loro spalle, nessun padre preoccupato, erano soli con me, come me. La cosa che mi ha colpito di loro era il colore della pelle, ambrata, quasi arancione come quel mare, e non era solo l’effetto del sole a renderli così accesi e vivi, sembrava il loro colore naturale e alla lunga mi ha inquietato un po’, lo ammetto. A sentirli meglio, mi accorsi che non parlavano neanche la nostra stessa lingua, era una specie di dialetto, ma aveva molti suoni gutturali, le parole venivano pronunciate più per inspirazione che espirazione, e il tutto dava un effetto strano a ciò che dicevano, come di maligno e oscuro. Ma io non sono razzista, lo sai bene! Eppure, nonostante la mia tolleranza, avevo un po’ di timore a confrontarmi con loro, e senza voltarmi indietro a guardarli, ho camminato lungo la riva, lontano dai loro giochi. A questo punto, ti avverto, tesoro mio carissimo, che l’avventura di cui sono stato protagonista, diventa ancor più strana. Il tuo ricordo era svanito, mi dispiace! Non ho più pensato a te, e me ne sono reso conto soltanto più tardi, quando poi ho deciso di prendere un taxi e tornare finalmente. O non finalmente, perché ti ripeto che ero immensamente felice lì in mezzo a quella gente. Ecco, su quella riva vidi dirigersi verso di me delle figure altissime, tremendamente alte, la cui visione spaventava alquanto, ma la curiosità di sapere cosa o chi fossero era così grande che superai ogni paura. E ho fatto bene, ho fatto proprio benissimo!, quelle lunghe gambe altro non erano che dei trampoli. Più in là una piccola civiltà di circensi si allenava in giochi pericolosi, ed io, che dovevo avere una faccia molto buffa, perché ridevano tutti e m’indicavano, fui invitato a unirmi nei loro esercizi da strapazzi. È chiaro che all’inizio ho rifiutato, lo sai, non sono affatto portato per lo sport, e sono piuttosto imbranato con le cose che si lanciano in aria e si riprendono, faccio già una fatica immensa a non prenderli in faccia, e quelli, figurarsi, mi hanno dato uno di quei bastoni infiammati! Ma dopo un po’ che sono stato lì a sentire la loro strana lingua, mi sono destreggiato con le palline, e poi i bastoni, e tesoro, credimi, ero davvero bravo! Apprendevo tutto velocemente e sono riuscito anche a dialogare con loro, nonostante le nostre notevoli differenze di pronuncia e con tutto che avevano quella pelle così insolita. Mi hanno invitato a mangiare con loro, ed ho accettato, e mentre cucinavo del pesce con delle strane spezie mai sentite in vita mia, ho inteso, con molta fatica, ma ce l’ho fatta, che loro erano di lì, erano sempre stati lì, ed erano nati lì. Capisci?! Non venivano da un paese straniero, loro erano originari di lì, di quella fermata a metà strada tra casa nostra e il centro città, sull’altra linea della metrò, sempre così poco frequentata, a pochi km da qui! Ti chiedo perdono per tutto questo mio entusiasmo, tutte queste esclamazioni, ma io non riesco a capacitarmi di quest’episodio, dell’esistenza di quella gente… No che non mi hanno preso in giro! E sì, c’erano molte incomprensioni tra di noi, ma quelle cose non erano fraintendibili. Davanti al fuoco, chiamati i bambini, quelli che giocavano dall’altra parte della spiaggia, ci siamo seduti e abbiamo mangiato quel cibo così diverso dal nostro, ma delizioso! Mi hanno raccontato la loro storia, uno per uno, ma erano così dettagliate che non le ho capite del tutto e comunque non le ricordo, non saprei cosa venirti a dire. Ho insistito nel sapere delle loro origini e da dove provenissero esattamente, perché, gli ho detto, dalle mie parti nessuno ha questo colore e questa parlata, e ho aggiunto che non ero molto lontano da lì, anzi, alzandomi su di uno scoglio si riusciva a scorgere la collina dove siamo confinati noi, lontano dal mare, così lontani dal mare. Loro mi hanno risposto che non sanno bene da dove vengono, si ritrovano lì su quella spiaggia e basta, che il loro colore della pelle è normale, come quello del sole, e che quest’ultimo stava in quella posizione tutto il giorno, e ho scoperto che non avevano mai sonno; mi hanno detto però che sanno bene dove vanno quando giunge la fine, perché a quanto pare anche loro sono vittime del tempo: se li prende il mare. Strano, gli ho detto io, perché noi esseri umani veniamo da lì. Tesoro, dico ‘noi esseri umani’ perché loro tali non sembravano, e non ho neanche capito come si definissero, erano semplicemente diversi, l’aspetto più o meno simile al nostro, ma niente in realtà era uguale. Alla mia spiegazione loro si sono guardati e si sono fermati, penso, a riflettere. Io incalzavo con le domande, gli chiedevo come mai il sole da loro non tramontasse mai, che cosa facessero tutto il tempo, se avevano un’assicurazione per la vita, se i bambini andavano a scuola, ma loro non capivano. Quando ho tentato di spiegare cosa fosse un’assicurazione loro mi hanno portato delle scarpe fatte da loro con non so che materiale. Gli ho chiesto se fossero andati mai oltre la spiaggia, e loro di risposta mi hanno domandato se io fossi mai andato oltre la collina. Certo, io ho un lavoro, no? E loro come facevano? Poi mi sono reso conto che non aveva importanza, perché per loro non ne aveva alcuna. Tutte le nostre sicurezze non avevano valore lì, e non ne hanno in nessun altro posto, a ben pensarci. Sbattersi e andare avanti indietro, fare la vita da pendolare tutto il giorno, preoccuparsi di lavorare per guadagnare, e poi di tornare e ricominciare il giorno dopo e sempre. Pagare debiti altrui, controllare per bene l’etichetta di provenienza al banco salumi, stare attenti quando si digita il codice bancario, ma perché?! Perché dovremmo, perché conservare i nostri tesori chiusi in una cassaforte? Quella gente vive solo dei propri bisogni, non aspira a più del necessario, e così dovrebbe essere, di natura. Dove siamo andati a finire? Mi sono ricordato di te quando una di loro, una ragazza meno arancio degli altri, che ti somigliava, mi ha chiesto come avevo fatto, se il mio paese d’origine era il mare, ad essere andato su in collina ad abitare, e se avessi portato anche te, laggiù. Amore dolcissimo, dove siamo andati a finire? Perché siamo così lontani dal mare? Perché ci siamo trasferiti qui sopra, in collina, lontani da casa nostra? È per questo motivo, l’unico, che sono tornato indietro, da te: per portarti lì. Ho salutato i miei ormai carissimi amici col pensiero di te confinata quassù, non potevo lasciarti indietro. Ma ora è tardi, sono stanco, ho molto sonno. Domattina ci svegliamo presto e ci trasferiamo su quella spiaggia, dove il sole è un’eterna anguria fresca e nessuno dorme mai. Di questo sonno da domani già non ne soffrirò più. Scusa ancora se ti ho svegliata, adesso riposa bene, ti prometto che andremo a morire in fondo al mare, non ti lascio annegare in questa città.
Esausto, riprese a dormire.
Santa Claudia.
20 marzo 2012
Non sono un soggetto allergico. Fortunatamente. M’hanno sempre fatto tanta tenerezza quei poveretti costretti a soffiarsi il naso tutta la primavera; ricordo che alle medie un ragazzo che spesso era seduto accanto a me, soffriva d’allergia tutto l’anno, che pena!, divenne motivo di tanti miei sospiri e sorrisi compassionevoli. Non ricordo come si chiamasse, forse Francesco, ma ‘sto punto, pensandoci, poteva chiamarsi anche Andrea. Tralasciando questi ricordi sbiaditi e approssimativi, dicevo che non ho mai sofferto di sintomi allergici, al nascere della stagione dei fiori. Io sì che me la posso godere, la primavera! In giro per i parchi, ad annusare il forte odore che pervade l’area ancora freddina; non sapete, soggetti-sofferenti-allergici, che gioia poter stare col nasino all’insù diretto verso il cielo limpido e sereno! Che meravigliosa sensazione stare nell’erba, poter parlare liberamente e piacevolmente con altri soggetti-non-allergici, discorrere di bellezza, poesia, banalità a tutto spiano, come sono fortunata!
Me ne vanto, sì, ma non è poi tutto vero.
Non è vero che la primavera mi porta solo felicità e niente tormenti. Non è del tutto vero.
Non è neanche vero che non soffro l’aria, i bimbi che corrono felici, non è vero che non tiro sù col naso e non è vero che non lacrimo.
La mia non è un’avversione verso la felicità, non è un’invettiva contro le uniche cose belle della vita, e non sono neanche una che cerca la tristezza nei momenti più gioiosi.
I giorni subito precedenti al 20, sono carichi di una mancanza atroce.
Il 18 è un giorno strano. Tanto per cominciare, è il giorno in cui è nato, e in cui, 4 mesi dopo, sono nata io. Il 18 marzo mi cade addosso senza che io neanche mi accorga della sua venuta, non faccio neanche in tempo a controllare il calendario, che la mattina stessa mi alzo dal letto completamente immersa in uno stato di nostalgia perpetua. Anche quest’anno è stato così.
Il 19 invece me lo aspetto sempre, innanzitutto perché viene dopo il 18, che ormai ho superato, poi perché dalle 10 del mattino me lo ricordano parenti e amici, che vogliono tutti festeggiare il Santo, augurargli tante buone cose, ricordargli che lo hanno ricordato, anche se magari uno non è tenuto a farlo, ma in qualche modo sei Santo e sei legato a loro, quindi sono costretti. E il Santo in questione, che in questo caso è mio fratello, accetta gli auguri, ringrazia, sorride a un ricevitore come se potessero vederlo; lui accetta, scherza, parla con tutti e quello che non riesco mai a spiegarmi è perché ringrazia. Che dire, poi, di quelli che fanno gli auguri. Ma perché li fanno? A chi vogliono prendere in giro? Mio fratello è Santo, siamo d’accordo, ma il 19 marzo è un giorno tristissimo, per noi, almeno così dovrebbe essere, per chi ha il culto del tempo e dei morti.
Un giorno nasce, quello dopo muore, io l’ho sempre vista così. Per me non ha mai avuto una vita come me, mia madre, come noi: lui è nato un giorno, ha procreato e il giorno dopo è morto. Niente, le fotografie di lui che vedo da piccolo per me non hanno memoria, lui in mezzo ad altri bimbi all’asilo mentre guarda torvo l’obbiettivo non ha nessuna forma, non riesco a immaginarmelo parlare, non so quali espressioni gli siano poi rimaste da adulto, perché per me non è mai esistito. Non è come immaginarsi una persona che non hai mai visto ma di cui hai sentito parlare; non è come leggere un libro e mettere insieme come un puzzle i caratteri che caratterizzano il personaggio mano a mano che prosegue il racconto: perché non è vivo, come la persona di cui ti parlano, e non è immortale, come i protagonisti di un libro. Si fa fatica a ricostruire la vita di un morto di cui non hai mai sentito la voce, che conosci solo perché ti scorre il suo stesso gruppo sanguigno, perché ti porti, come eredità genetica, gli stessi suoi mali. Così come sai di appartenergli, ma non sai cosa si prova a sentirsi tra le sue braccia. Che effetto fanno i suoi rimproveri e i suoi consigli sulle tue azioni? Come si fa a credere ciecamente al dogma secondo il quale lui abbia avuto una storia prima che tu nascessi? Come si fa a credere realmente che si sia sbucciato il ginocchio, giocando a pallone con gli amici sotto casa, che si sia ammalato dopo una giornata intera sotto la pioggia, che abbia avuto un cane, che si sia innamorato, che si sia diplomato, che abbia avuto il vizio del fumo e della musica? Come fai a crederci? Neanche se mi porti il cerotto, neanche se mi fai vedere i suoi vinili io posso darti ragione. Per anni mi sono chiesta che tono di voce abbia mai potuto avere, quale frase-tipo lo contraddistinguesse, poi sono giunta alla conclusione che non abbia mai avuto tutto questo.
Così lui è nato e il giorno dopo è morto. E il giorno della sua nascita siamo tutti tristi, ci viene naturale, e il giorno dopo ci chiamano per darci gli auguri. Questo paradosso mi ha spinta a credere che non sia mai esistito. Che quei suoi folti baffi ritratti in tutte le fotografie da adulto siano finti. Che non abbia mai avuto vent’anni, mai una moglie, figuriamoci dei figli.
E’ anche un modo per tenere testa agli eventi. Per cancellare il tempo.
Il 20 si festeggia la primavera, qualche volta, e si festeggia anche me, che divento Santa una volta all’anno.
Allora io accetto sempre gli auguri, ringrazio, mi faccio le mie passeggiate, assaporo la Primavera, e tra le ultime lacrime nessuno mi chiede che cos’ho, tanto sicuro è d’allergia, che soffro.
L’ora che avrebbe potuto durare e poteva anche non essere,
Che il cuore dell’uomo e della donna ha concepito e portato,
E per cui la vita è sterile.
L’essenziale (part III)
5 marzo 2012
Finito che ebbe il liceo, io ero su al Nord che l’aspettavo con ansia. Ma Serena non venne mai. Non prese mai nessun treno, non ebbi risposta positiva ai miei inviti. Un giorno, dopo una lunga e insistente telefonata in cui le lanciavo un mio ennesimo ultimatum, mi disse che ne aveva abbastanza, che pensava ancora a Marcello, che dopo aver avuto lui non sapeva che farsene di me. Aggiunse altre parole atroci, che mi ferirono nel profondo, parole di fuoco e indifferenza verso di me, ciò che eravamo stati, quello che le avevo insegnato.
Non udii più parola dalla sua bocca, non la vidi mai più da allora. Il modo in cui disse quelle parole, il tono che le contraddistinguevano, erano così intenzionali da avere vita propria e riuscire a colpirmi in pieno petto. Decisi anch’io di averne abbastanza, avevo perso troppo tempo dietro a lei, e non era stata tutta colpa mia: lei s’era allontanata, lei s’era innamorata di un altro, era caduta nella sua trappola, lei aveva deciso di tagliarmi fuori. Non esistevo più da tanto tempo. Non seppi cosa fu di lei, se s’era rimessa con Marcello, se se n’era dimenticata, se era passata ad altro/altri, ma niente m’avrebbe stupito, ad essere sinceri, neanche una probabile ricaduta nelle grinfie di quel jazzista.
Poi una settimana fa, neanche una settimana fa, è incredibile, a distanza di due natali esatti da quello in cui vidi coi miei occhi umani la coppia stupida e felice, Andrea, un mio caro amico che manteneva ancora rapporti, seppur rari, con Serena, mi diede una notizia che mi raggelò l’anima più di quanto non fece il gelo e la neve insolita di quell’anno per quel caldo paesino del Sud.
Eravamo seduti intorno alla tavola ovale che ci ospitava ormai ogni Natale da tre anni, a casa di Miriam, bevendo caffè caldo e ammirando la strana villetta di fronte innevata e illuminata dal fuoco del camino che noi purtroppo non avevamo. Con sguardo malinconico per quell’elemento così necessario secondo noi, in una casa, e di cui non potevamo goderne, cominciammo una discussione poco intelligente, a dispetto di quanto riuscirebbe a destare un clima così freddo nelle menti di giovani studenti d’umanistica, una di quelle discussioni che non porta mai a nessuna rivelazione, che contiene una frase poetica ogni venti minuti. Eravamo in quelle condizioni, tetri e melensi, e non so come Andrea se n’è uscito con una frase fuori controllo, senza apparenti attinenze col contesto: “Questa finestra mi ricorda Serena”. Tutti parvero d’accordo, però, circa quella affermazione, o comunque non sollevarono obiezioni, ed io fui l’unico a non cogliere, così non ebbi il coraggio di chiedere che cosa c’entrasse una finestra con una persona, soprattutto perché quella persona era Serena, e io non volevo chiedere cosa ne era della sua vita, adesso. Ma appena ci si allontanò dalla finestra, da Serena, chi in coppia, chi da solo, mi avvicinai ad Andrea, mesto e con la coda fra le gambe, chiedendogli cosa intendesse con quella frase. Mi fece segno di seguirlo, doveva prendere le sigarette giù in macchina, e con quella scusa, ci ritagliammo un lungo momento sulla strada ghiacciata, per parlare di Serena senza bisbigli e imbarazzi per me.
Mi disse che aveva mollato tutto: l’università, gli amici, la famiglia; adesso serviva ai tavoli e viveva in un appartamento in centro assieme ad altri cinque estranei, non faceva nient’altro.
Gli chiesi dei genitori, che fine avessero fatto, mentre un brivido mi percorreva per la risposta che avrebbe potuto darmi: l’avevano ripudiata per quella sua decisione, dopo tutti i sacrifici che avevano fatto per mandarla all’università; aggiunse che sapevo già, era inutile ripeterlo, che la sua era una famiglia povera, di umili e onesti impiegati, completamente diversa dalle nostre, noi, figli di professionisti e discendenti di casate importanti, la trattavamo come un’aristocratica per le letture che faceva, ma dimenticavamo spesso l’ambiente in cui viveva; le parlavamo di noia, e lei rideva delle nostre lamentele, perché non riuscivamo a comprendere che le nostre nausee non erano niente rispetto alle notti che i suoi genitori passavano in bianco davanti a un pc o a lavare i cessi di un autogrill per pagarle le tasse, i libri, e tutto l’occorrente per farla diventare come noi. Poi avrà finito col dimenticarlo anche lei, a quanto pare, era così simile a noi da essersi confusa, non capiva più evidentemente che i soldi che avevano speso per i suoi studi provenivano in quel modo, chissà, s’era montata la testa…
Lo fermai. Non volevo che cercasse di consolarmi, avevo intuito che non fu quello il motivo. Dentro di me sapevo già quale era stata la causa di così tanto squilibrio in lei, le menzogne che Andrea mi stava rifilando non avevano reale riscontro con la sua vita, non voleva dirmi la verità per paura che mi facesse male. Poi alla fine, fece l’ultimo tiro di sigaretta e si decise.
Disse che non conosceva la vera causa, ma per lui era evidente che fosse da imputare esclusivamente a Marcello. No, non erano più tornati assieme, e sì, era da quel gennaio che lei era cambiata, in maniera irreversibile. Disse che tutto sommato, comunque, non era così male la sua vita adesso, che era invidiabile sotto un certo punto di vista, e mi contenni nel commentare solo per continuare a sentire la sua versione dei fatti. Mi disse che sembrava più felice, il lavoro le stancava le braccia, le infiacchiva le gambe, ma non le lasciava tempo abbastanza da pensare. La notte tornava a casa con sguardo sempre più spensierato. Conduceva una vita tranquilla: leggeva libri già letti, qualche volta andava al cinema a vedere proiezioni di film vecchi, che aveva già visto, aveva un gruppo di amici simpatici ma non troppo chiassosi; due birre a testa il sabato sera e tornavano a casa a piedi un po’ brilli un po’ malinconici ma senza libidini.
Certo, forse non era quello che si sarebbe aspettata, ma non se ne lamentava: diceva che a renderla felice era ormai pochissimo, che si era completamente allontanata da qualsiasi forma di amore illusorio, che la felicità consisteva nel solo adempimento dei propri bisogni, nient’altro. Non eccedeva più in nulla. La letteratura, l’Arte tutta, lo studio, le avevano fatto solo del male, l’avevano traviata, l’avevano demonizzata, l’avevano resa insoddisfatta.
Andrea finì dicendo che l’aveva vista una volta aggirarsi come una vespa fuori a un locale jazz, lei si scusò come se l’avesse beccata a rubare, gli disse che le capitava talvolta di fermarsi a guardare da fuori, ma non era mai entrata; con la faccia spaurita e le mani tremanti, gli confessò che restava fuori la porta per ascoltare senza guardare e farsi guardare, che i loro occhi, tutti pieni di “quella cosa lì”, la musica, le facevano paura, che l’avrebbero fatta pentire della sua felicità, in un istante.
Andrea mi sorrise preoccupato, fece un gesto per aria come a dire “tutto qui”, e si voltò indietro, si scostò di pochi passi, per lasciarmi il tempo di incassare il colpo, in silenzio e da solo, poi mi incitò a tornare al caldo, a festeggiare il Natale, mi assicurò che aveva il numero di Serena, che me l’avrebbe dato, se volevo potevamo chiamarla assieme, andarla a trovare, chissà! Ma non lo facemmo. È passata solo una settimana da quella rivelazione ma non credo lo faremo mai.
Tornammo al caldo e restammo in quella casa ancora per poco, poi tornai dai miei, con la scusa che ci tenevano a tenermi al loro fianco per tutto il tempo del mio soggiorno a casa, ma presi la metropolitana e mi diressi verso casa di Serena, di cui Andrea mi aveva dato l’indirizzo.
Nel tragitto, come in ogni treno che prendevo diretto verso e attraverso il luogo dove abbiamo vissuto le nostre amicizie, dove abbiamo discusso per lungo tempo, dove abbiamo riso, dove ci siamo confortati, dove abbiamo aspettato che arrivasse il tempo di partire, ho pensato a lei, inevitabilmente. Mi sentii in colpa, tremendamente in colpa per non averla aspettata, per averle sempre e solo lanciato ultimatum, mi sentivo in colpa per aver cercato di dimenticarla, per non averle dato più attenzioni, mi sentivo in colpa anche di essermi innamorato di un’altra. Per essere stato sempre affettuoso, per averla viziata, per non averla tradita. Mi sentivo in colpa perché avevo incoraggiato il suo talento nella lettura, le avevo prestato libri, film, le avevo parlato a lungo di sentimenti, l’avevo chiamata alle due di notte per raccontarle le magnifiche avventure di un viaggiatore senza mèta fissa; io le avevo promesso vaste terre di sapere, col tempo, l’avevo lodata per la sua intuitività, per la sua sensibilità, l’avevo incitata a non accontentarsi mai, a fare sempre di più, ma soprattutto io non l’avevo protetta da Marcello, ero scappato via giusto un momento prima che comparisse, ma può mai essere una mia colpa, se invece di me, si era innamorata di un altro? Mi pentii e mi pento ancora di averle dato tante aspettative, di aver fatto così leva sulla bellezza dei sentimenti: le avevo raccontato quant’è bello far l’amore ma non l’avevo messa in guardia dal dolore che si prova dopo a portarsi dietro l’amato sempre, ovunque si va; non le avevo detto che bisogna stare attenti alle parole, soprattutto quelle sentite, perché non si dimenticano; l’avevo elogiata, ma non l’avevo avvertita del guaio che un’ iper-sensibilità come la sua, allevata in un certo modo, potesse diventare patologia. E avevo sbagliato anche a non salvarla in tempo, avevo sbagliato a voltarle le spalle, adesso lo so. La cosa che più mi faceva e mi fa paura, è che lei possa accontentarsi di una vita così misera, dopo aver conosciuto delle emozioni così forti, dopo aver vissuto esperienze vere, mi chiedevo come facesse ad accettare quella vita, ad aver mandato tutto all’aria, così capii che il suo dolore doveva essere troppo grande, e io non potevo affrontarlo. Non potevo affrontare lei, né tutto quello che aveva dentro.
Sotto casa sua, non bussai alla porta. Non fu l’ora tarda, solo non ne ebbi il coraggio.
Guardare il camino acceso attraverso la finestra di una casa senza fuoco, sapere che dall’altra parte si guarda lo stesso paesaggio dolce e innevato, freddo e pungente, doloroso per le labbra e per la testa, per le dita dei piedi, per le mani, ma felice. Chissà com’è sentirsi sempre così, come quella finestra, su cui gli abitanti della casa sospirano appannandole i vetri, scrivendoci disegnini sopra con le dita, e sentire i lamenti di una banda di ragazzi instupiditi a cui sembri non manchi nulla, tranne il fuoco, attorno cui scaldarsi, tenersi per mano, raccontarsi favole, storie, barzellette.
L’essenziale (part II)
4 marzo 2012
Il Natale di quell’anno conobbi Marcello. Erano passati dieci mesi da quella sua dimenticanza, ero sceso in terra patria già un paio di volte ma entrambe le volte lei evitò l’argomento ‘amore’, forse perché si era già radicato in lei in un modo tale che non c’era bisogno di fare allusioni involontarie ad alta voce per ricordare a se stessa della sua presenza nella propria vita; o forse lo fece per non ferirmi, perché ormai sapeva quali erano i miei sentimenti, nonostante non avessi avuto bisogno di esplicarli, era una ragazza intelligente, dopotutto; ma il motivo principale credo che fosse che non stavano più assieme. Quei due avevano una storia così capricciosa che erano di più i momenti in cui si evitavano che quelli di unione amorosa. Per questo motivo fu difficile conoscere Marcello, o comunque sentir parlare di lui, perché Serena aveva la brutta abitudine di chiudersi a riccio e di evitare di parlare delle ferite più cocenti, convinta che col tempo, magari dormendo, le sarebbe passata. Così passarono dieci mesi di Marcello, ma senza Marcello, per me. Finché, Natale: i nostri amici avevano organizzato una festa la sera, e Serena si presentò con lui. Con mio stupore vidi che tutti lo conoscevano e gli volevano un gran bene, e non ci misi molto a capire il motivo di tutta quella popolarità: era brillante, di una simpatia travolgente, intelligente, in certi momenti anche un po’ volgare, quanto basta per far divertire un gruppo di maschi, e da quelle battute a sfondo erotico intuii uno dei motivi per cui poteva piacere a Serena. Quando rimanemmo soli, a un certo punto della serata, lui mi confessò che aveva sentito molto parlare di me, che sapeva il ruolo che avevo assunto nella vita di Serena e che mi stimava molto per l’influenza positiva che avevo avuto su di lei, per il modo in cui l’avevo cresciuta. A saperlo che di lì a poco me l’avrebbe sfasciata!
Quella sera Marcello mi fece un’ottima impressione, e mi piacque il modo in cui trattava Serena, come se fosse un fiore delicato, e così era infatti; non era neanche molto invasivo, non le stava sempre addosso, le accarezzava la guancia di tanto in tanto, le rivolgeva spesso sorrisi teneri, ma mai un bacio si diedero in pubblico, e li beccai solo una volta, appartati, che ridevano vicini e si rubavano le labbra a vicenda. Era il tipo di uomo che piaceva a Serena, che si meritava, il tipo di rapporto che aveva sempre voluto: discreto, pacato, fatto di dolcezze espresse a bassa voce, lontane da tutti, un rapporto in cui poteva rifugiarsi e chiedere conforto, uno di quelli che a vederli fanno paura, di quelli in cui si sente la potenza passionale che intercorre tra gli amanti, perché non espressa ad alta voce e davanti a un gruppo di convitati in festa.
Le cose cambiarono di lì a pochissimo: verso la fine di gennaio dell’anno dopo la loro storia finì.
So che risulto poco convincente, ma la notizia, che mi arrivò per vie traverse e non tramite Serena stessa, mi intristì molto: innanzitutto perché era un dolore per lei, e poi perché quando storie di una certa entità e importanza finiscono, è sempre difficile potersi riprendere. Marcello l’aveva tradita, e so che il primo pensiero di Serena era quello di riconquistarlo, perché non era mai stata il tipo che s’arrendeva, neanche davanti a certe situazioni. O meglio: io l’avevo cresciuta in modo tale che non si sarebbe mai arresa, e almeno speravo che così fosse. Dovetti ricredermi quando la vidi: aveva perso cinque chili in meno di un mese e delirava circa il suo amore perduto, il suo grande amore, l’amore della sua vita. Fu molto strano sentirla parlare a quel modo, perché non pronunciava mai la parola ‘amore’ per nessuno, per nulla a questo mondo, anche se le letture a cui l’avevo iniziata avrebbero imposto il contrario, lei si era sempre contraddistinta per questa forza conservatrice, che la faceva sopravvivere, di non amare nessuno. Seppi dai nostri amici che Marcello adesso se la spassava con un’altra, che andava dicendo che nella vita bisogna cambiare, che si era annoiato di Serena: avrei voluto fargli del male. Avevo protetto Serena per tutti quegli anni, era stata sempre accanto a me, l’avevo guidata nei problemi seri così come in quelli di cuore, che di per sé, anche a una tenera età, hanno la loro serietà, e poi quel Marcello, in un anno l’aveva condotta alla pazzia: quella povera ragazza vagava tutto il giorno per la casa chiedendosi il perché, non gli bastavo?, senza trovare risposta, in nessuna delle stanze che visitava con gli occhi di fuori.
Fu allora che il nostro rapporto andò in mille pezzi. Furono mesi difficili per lei, così la chiamavo tutti i giorni, scendevo giù spesso solo per tenerle la mano, sentivo che era il momento opportuno per starle vicino e ricordarle del nostro solido e stupendo legame. Inutile dire che non ci riuscii. Il mio fallimento fu dovuto al fatto che avevo approfittato della sua solitudine e amarezza per donarle conforto, e sebbene sia sempre stato un ottimo modo per qualsiasi pretendente, non lo era per me, perché Serena non aveva nessuna intenzione di dimenticare Marcello. Così tutte le mie energie, che negai alla ragazza con cui stavo uscendo in quel periodo, furono rivolte a Serena, alla sua guarigione, e pian piano, col pretesto di esserle stato sempre amico, le presentavo nuovi progetti di vita, che avrebbe trascorso con me, ne ero sicurissimo; le mostravo indirizzi di studio nella città dove vivevo io, facendole intendere che avremmo vissuto insieme, finalmente! Mi rendo conto che queste azioni possano risultare addirittura crudeli, se non quantomeno doppiogiochiste, fanno di me una persona approfittatrice e perversa, ma giuro che l’unico motivo per cui l’ho fatto, era che volevo che stesse bene. La visione di lei che, spaurita, si perdeva nella sua stessa casa mi fece un male atroce al petto; posso assicurare che i miei intenti non avevano altri fini se non quelli di farla stare meglio, con me, al sicuro. L’affetto che avevo per lei rasentava quello che poteva avere un fratello, un padre, ed era unito solo in parte, e da poco, all’amore di un amante devoto. Saperla in quelle condizioni non mi faceva dormire la notte, così tentai, in quel modo, di costringerla, di legarla a me per il suo bene, e anche per il mio, ché in quel modo non l’avrei persa. Ma erano lontani i tempi in cui decidevo io per lei che fare, cosa leggere, che vestito scegliere: l’avevo cresciuta ma adesso era finita, il percorso si fermava lì. Lei si limitava a sorridere, ad annuire, la bambola Serena aveva tagliato i fili, e adesso faceva il gioco di assecondarmi per quieto vivere. Me ne accorgevo, ma ero troppo preso dai miei piani e dalla preoccupazione per la sua salute, credevo che le cose sarebbero andate diversamente, col tempo.
(continua…)
L’essenziale (part I)
3 marzo 2012
È strano pensare a Serena come ad un’estranea, ma tant’è; in quel breve lasso di tempo in cui siamo stati amici, che è durato tanto quanto la nostra adolescenza, non avremmo immaginato, anzi è meglio dire non avrei mai immaginato, perché di lei non sono più sicuro, che una tale distanza si sarebbe imposta tra noi. Fa quasi piangere il modo in cui adesso mi è sconosciuta, soprattutto se si pensa al modo in cui ci conoscevamo: io padre burbero, lei figlia indisponente ma sempre obbediente.
Era innamorata di me, e io lo sentivo, lo capivo da come mi guardava, dal modo in cui incassava ogni insulto/battuta che le rivolgevo: il mio modo di scherzare, sia chiaro, era affetto in potenza, e non avrei saputo fare di meglio per dimostrarglielo, all’epoca. I ruoli si sono ribaltati poi col tempo, senza che potessi far nulla per impedirlo; me ne accorgevo così come ero e sono sempre stato consapevole di tutto ciò che avveniva in me e intorno a me. Serena diventava, dinanzi ai miei occhi, ogni giorno di più, l’ideale di donna che avrei voluto al mio fianco. Da quando dai giorni si è passati agli anni, non so più dire con certezza se sia stata lei ad adeguarsi al mio ideale o viceversa. Nel periodo più bello della nostra amicizia, ovvero rispettivamente il mio ultimo e il suo penultimo anno di liceo, le diedi la notizia che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre le nostre esistenze, le quali fino ad allora avevano fatto di tutto per compenetrarsi l’una nell’altra, ed erano arrivate a un punto tale in cui avrebbero potuto fare le valigie e partire assieme come due fratelli ritrovati e lasciare noi due lì da soli come ebeti senza parole.
Fui io però a fare le valigie.
Vado a studiare al Nord, le dissi. Nessuno, proprio nessun ostacolo di qualsivoglia natura me l’avrebbe impedito, tanto meno lei.
So che la cosa le pesò molto, più di quanto non fu per me, almeno all’inizio, ma facemmo finta di niente per molto tempo. Quel tempo ebbe una scadenza, e quella scadenza coincise con il suo, non col mio, con il suo progressivo allontanamento. Io le chiesi di non piangere, quando partii, ma lei lo fece. Tornai dopo qualche mese e lei alla mia dipartita non pianse più. No, anzi, sorrise, come impietosita. Uno di quei sorrisi da prendere a schiaffi.
Nel treno fui preso da spavento, mi sentii atterrito da quel sorriso funesto, che altro non era che un oscuro presagio, la sentinella di un male incombente, una crepa nel cuore che mi annunciava la fine: non gli sarei mancato. Magari il dramma non sarebbe avvenuto in quei mesi, ma la volta successiva che ci saremmo visti non le avrei più scorto nessuna luce di tristezza, nei suoi occhi fedeli. Non mi accompagnerà più alla stazione!, pensai con terrore. In quegli anni d’amicizia Serena era diventata la figura più importante del mio universo, e adesso cominciava a non aprirmi più la porta quando tornavo a casa. Ecco cosa stava accadendo, si stava allontanando. Le esistenze assurde che giocavano tra di loro a nostra insaputa, si erano scambiate di ruolo: non ero io a prendere il treno diretto al Nord, era lei a prenderne un altro per il profondo Sud. Il terrore che mi assalì in treno, quella volta maledetta, aveva avuto più campanelli d’allarme durante quei giorni in cui ci vedemmo: tra i suoi racconti di scuola e di famiglia spuntava sempre il nome di un certo Marcello, uno che suonava jazz, che aveva conosciuto non so dove e che le faceva la corte, a quanto mi pareva di capire. Non me ne parlava con coscienza e approfonditamente, ma la sua esistenza spuntava e si sedeva tra le nostre ogni dieci minuti di conversazione, sicché a un certo punto le chiesi di parlarmene un po’ meglio. In quel momento lei rimase allibita, ma non perché non volesse parlarne, non perché non intendesse ferirmi con certe storie, il fatto era che non sapeva che cosa dire. Lei parlava di lui di continuo, ma a propria insaputa, e quella fu la cosa peggiore; quasi mi chiedeva che cosa ne sapessi io dell’esistenza di Marcello, come se non sapessi che era lì tra noi anche in quel momento, a guardarmi con scherno, pronto a prendersi gioco di me.
E questo fu.
Ma prima ancora di questo velato seppur ormai rigido cambiamento, soltanto una volta in treno, deciso a fare l’elenco dei sintomi di allontanamento che affliggevano Serena, ne notai un altro, forse ancora più agghiacciante. Fu il primo giorno dopo sei mesi di separazione: stavamo bevendo caffè caldo e discutendo dei suoi progetti dopo il liceo, quando, complice una pausa rassicurante fatta di sorrisi e sguardi dolci, io declamai un verso ad alta voce. Lei non ebbe alcuna reazione. Neanche un’occhiata complice, o un sorriso imbarazzato, niente. Continuò a guardarmi come aveva fatto pochi minuti prima, senza cambiare di un millimetro la sua espressione. Era un verso, una poesia di un unico verso che lei aveva scritto per me, e non l’aveva ricordato.
Avevo sempre saputo fosse per me, l’avevo scoperto su di un foglio e sotto vi aveva scritto: “A te, Carlo”. E io sono Carlo. Glielo avevo detto un giorno dopo scuola e lei era arrossita dalla testa ai piedi, dicendomi che era solo una cotta momentanea: aveva paura che potessi rifiutare la sua amicizia, scoperto il suo segreto, ma lo sapevo da tempo, e quella ‘cotta momentanea’ non mi aveva impedito di starle vicino ed esserle amico. Forse, ripensandoci, era stata davvero una cosa del momento, di cui adesso addirittura non ne aveva memoria, e mi brucia ancora un po’ pensarlo, perché dopo un’oretta quasi dalla mia declamazione senza plauso, durante una lunga passeggiata che si protrasse fino a sera, restò pochi attimi in sovrappensiero, con le ciglia aggrottate, dopodichè le si aprì il volto e ne seguì una sonora e breve risata. Ah, avrei voluto che non ridesse, perché si dia il caso, se non l’aveste ancora capito, che rideva di me! Come avrei voluto che non avesse ricordato mai, o che non mi avesse reso partecipe del suo ricordo! Avrei preferito mille volte rimanere nel dubbio prepotente dell’aver colto o meno la mia allusione alla sua poesia.
Te l’ho scritta io!, esclamò trionfante. Si riferiva, ovviamente, alla poesia, a quell’unico verso di poesia, per inciso. Che dolore. Così era, allora: stava dimenticando. Sei mesi di lontananza ed eravamo arrivati a tanto, figurarsi dopo tre anni cosa sarebbe successo!
(continua…)
Uno dei tanti commenti circa Sanremo.
19 febbraio 2012
Non so se abbiate seguito o meno il festival di Sanremo. Io, come tutti gli anni, l’ho fatto distrattamente, nelle pause tra un film e l’altro, o lasciando praticamente sempre muto su certe canzoni/ospiti non graditi. Non l’ho fatto, insomma, in modo costante e non posso dare giudizi per intero, pero’ c’è una cosa che mi sento in diritto di dire, tralasciando la modella ceca deficiente, le bellissime esibizioni con gli ospiti internazionali (Patti Smith e i Marlene Kuntz primi tra tutti) e i vincitori palesi e immeritati: il fenomeno Celentano, che io non ho mai capito, davvero, in tutti questi anni. Non lo capivo quando faceva i vari Politik, non l’ho capito quando era superospite ad Annozero e non lo capisco neanche adesso. Ma tutta quest’importanza, dico io, chi gliel’ha mai data? Certo, è un dinosauro della nostra cultura, e forse io sono troppo giovane per poterne capire il peso, ma anche se l’avesse, non riesco a collocarlo in questo momento storico. Quando chiedo, agli adulti, perché le sue parole siano così importanti, nessuno dice niente, mi fanno ‘zitt zitt! vediamo che dice stasera’. Ed è proprio vero che il Festival ha avuto successo grazie a lui, da me si chiedevano quand’è che sarebbe di nuovo stato ospite, cosa avrebbe mai detto, aspettavano con ansia le sue parole da profeta. Ma voi l’avete mai sentito? Non dice niente, niente! Ho ascoltato i suoi interventi, e anche i servizi al TG per concludere col commento di Travaglio, che, come me, si definisce ‘divertito per lo scandalo che produce Celentano quando parla’, perché non dice niente! ‘Ha ragione, ha ragione’, dicono gli italiani. Ma ha ragione di cosa?! Ma che sono tutti questi ‘allucchi’, tutte queste ‘dissociazioni’, questi dibattiti, l’Italia divisa in due, che sono? Quali parole hanno scatenato queste reazioni? Come si fa a dare, in massa, così tanto peso a due discorsi praticamente UGUALI, osannarlo la prima volta e fischiarlo la seconda?
Onestamente, non ne capisco il senso. Non capisco neanche quello che dice, in verità, è talmente criptico che sfido chiunque: parla di complotti, di imbrogli, parla di disonestà e attacca giornali cattolici perché parlano di politica. Poi si ribella e dice che siamo poveri, canta una canzone ‘rock’ che non ha scritto lui, con nessun ritmo e poi ricomincia a vaneggiare. Il giorno dopo lo scompiglio.
Forse è lui che si da tutta questa importanza, forse è lui che crede che i suoi pensieri politici/esistenziali siano di grande rilevanza intellettuale, che dice cose alte.
Forse che gli italiani vorrebbero fare così? Straparlare, dare responsabilità qualsiasi all’alto e solo all’alto, rimuginare sui torti subiti, lamentarsi di tutte le volte che l’hanno preso dietro e finendo il tutto cantando la propria indignazione?
Non lo so, non capisco.

Quelli del palo
2 febbraio 2012
Oggi quasi nessuno se lo ricorda più, ma anni fa al mio paese gli uomini si suddividevano in due categorie: quelli del palo e tutti gli altri. La distinzione era fondamentale. Al sabato sera nel bar di Juan si ballava, e la gente si metteva i vestiti della festa; li, al centro del locale, c’era una colonna: la chiamano il palo. Quando la musica cominciava, quelli che sapevano ballare ballavano; quelli che non sapevano ballare, restavano tutta la notte attaccati al palo. Ovunque fossero, quelli del palo, li si riconosceva subito, perché si vedeva lontano un miglio che morivano dalla voglia di divertirsi ma erano terribilmente negati. Dato che non avevano la minima idea di come si fa a vivere, vivevano in permanente disaccordo con la realtà, e di conseguenza conducevano un’esistenza amara: non ballavano, non ridevano, non corteggiavano le ragazze. Attaccati al palo, stavano a guardare. I più covavano rancore; solo pochi godevano della felicità altrui. La prima volta che andai a ballare era con mia padre, che era un ballerino apprezzabile; uscendo, una volta finite le danze, mi guardò trattenendo le lacrime. “Figlio mio” mi disse. “Tu sarai sempre uno di quelli del palo”. Allora compresi che la più grande aspirazione di quelli del palo era riuscire un giorno a smettere di essere uno di quelli del palo. E’ molto difficile, quasi impossibile – richiede una vita di ascesi – però a quelli del palo Cervantes ha insegnato una volta per tutte che la vera gloria consiste nel mettercela tutta. Quelli del palo sanno che ballare significa annullare il tempo, e che annullare il tempo è come annullare la morte, e annullare la morte equivale ad annullare l’infelicità. Quelli del palo vivono nel tempo, che li rode; quelli che ballano, in un eterno istante. Come in ogni altra, nella mia generazione abbondano quelli del palo: nessuno ci ha definito meglio di Enric Sòria, che in una poesia memorabile, aggrappato al palo diagnostica la nostra infermità, invitandoci a godera della “grazia disinvolta, involontaria”, della “prodiga allegria che soggioga” degli altri, di quelli che se la spassano ballando.
Javier Cercas.
Non so cosa vi abbiano raccontato a scuola, tutti questi anni, cosa abbiate imparato da tanti film e telefilm che vi hanno propinato cinema e tv, cosa abbiate creduto vi stesse dicendo un determinato scrittore: vi hanno preso in giro. Non so se sia stata distrazione, la vostra, o se l’abbiano fatto volutamente, si dovrebbe prendere caso per caso, non è poi così facile elargire sentenze senza imputati. Sarete perplessi, a questo punto, vi capisco, anch’io quando ho cominciato a capire -e non senza aiuti- mi chiedevo cosa fosse quella lieve e opaca intuizione, quella voce sfuggente sentita per caso durante un atto cerebrale estremamente complicato, se fosse o meno una mia fantasia, se non avessi in realtà sentito niente e tutto proveniva dal sottofondo ultrasonico di qualche canzone apparentemente innocente; quante volte ho abbassato il volume credendo fosse un colpo di telefono, o mi sono diretta in cucina chiedendo se fosse stato pronunciato il mio nome, o persino aiuto! No, non abbiate paura, se non ci siete già arrivati ammetto che potrebbe essere difficile venirlo a sapere in questo modo, ma so di sicuro che tutti voi l’abbiate pensato, una volta o l’altra, solo che non ve lo ricordate. Poi è difficile dire sia così, dopo un’attenta educazione sentimentale, ricca di valori cristiani e civili. Persino gli americani ci hanno giocato sopra macinando e tritando chili e chili di film sul baseball, storie d’artisti, storie d’amore divise da treni e orari ferroviari che immancabilmente vengono superati. Anch’io stentavo a crederci, poi un giorno qualcuno me l’ha detto. Ad alta voce, davanti una classe intera, e mi guardava anche negli occhi, tanto che ho creduto davvero ce l’avesse con me; non smetteva di fissarmi e rivelarmi quest’assurda verità, ma forse il suo sguardo era dovuto esclusivamente alla mia crescente apprensione, che, guai a me! mi stava divorando. La voglia di sapere tentava a più andate di fracassarmi le ossa ed esplodere in un boato, una domanda, o semplicemente per lasciarmi a bocca aperta. Lo so, io lo so, che guardavo il professore in un modo diverso, come quando si aspetta il risultato di un’analisi, o il messaggio segreto di un amante: non importa quale sia il contenuto, ma è importante sapere.
La verità, e adesso vi deluderà, non tanto per cosa è, ma per avervi dato così tante aspettative, è che la passione è da evitare. Non porta a niente, i successi dell’individuo non sono ascrivibili al grado di passione che ha raggiunto, non importa quanto ami una cosa, non ti serve a niente amarla tanto. Bisogna essere distaccati, bisogna essere freddi e non avere legami che non siano quelli di studio e analisi e osservazione degli eventi. Mai approcciarsi a una materia col cuore che ribolle sangue, con la furia di entrarvi dentro e perdersi, non porta a niente la passione! Dona solo una vacua e temporanea consolazione, un dolce e inesistente conforto all’inutile perdita di tempo che la circonda.
“Il vero innovatore non può essere colui che è totalmente all’interno della materia che studia, l’appassionato tende ad essere un ripetitore, non un innovatore, adora la materia, non ne ipotizza la trasformazione; il distacco, invece, permette di modificarla, di osservare il limite e quindi superarlo” mi ha detto.
Adesso vi sembrerà la scoperta dell’acqua calda, ma provate a pensarla così, e vedrete com’è difficile studiare e non farsi travolgere. E come si spiega, poi, che il termine stesso di ‘studium’ come primi significati abbia ‘passione’, allora? Dovrei forse confutare la tesi con una così semplice e pusillanime giustificazione? Come glielo vai a spiegare al professore, come si fa a dirglielo che non è possibile, che io ci provo da quando me l’ha detto, tento in tutti i modi, ma non mi è possibile? Come si fa, come faccio a sperare di poter produrre qualcosa se la passione che ho dentro mi impedisce di accedere al mondo con un occhio più freddo? Chi ci crede! Chi ci crede alla modernità, al lasciarsi indifferenti, alla finitezza. Voi ci credete? Io no, non ci riesco a non entusiasmarmi, a non prendere la febbre, la sera, dopo una giornata piena zeppa di letture, di visioni, di passioni. Come si fa, bisognerebbe essere dei mostri!
E così mi ha trascinata in immotivati e quantomeno infiniti ragionamenti, questa verità improvvisamente svelata, facendomi credere che lì stia il mio limite, che non ho altri difetti che l’essere passionale, oltre alla patologia della sensibilità sulla quale non c’è bisogno di dire niente. La mia mancata realizzazione, i miei mancati racconti, il mio mancato successo!, ma anche le mie mancate relazioni amorose non sono che effetti di questa mia incontrollata e temibile passione. Come se tutto il resto, la mia eterna scelta di non scegliere, il mio disinteressamento alla vita sociale, la mia incostanza in qualsiasi attività e umore, il mio divagare in pensieri inconcludenti non fossero nulla.
E chissà che non sia davvero così.